PEDOFILIA/GINO PAOLI A "CHE TEMPO CHE FA" SPIEGA "IL PETTIROSSO"


 

 

 

 

 

 

 

 

 

DI Roberta Lerici

Gino Paoli, ospite stasera alla trasmissione su Rai tre "Che Tempo che fa", per presentare il suo album "Storie", ha risposto alla domanda di Fazio riguardo le polemiche che ha suscitato la sua canzone "Il Pettirosso", criticatissima per il suo sottinteso perdono al pedofilo protagonista del testo. Ho ascoltato attentamente le parole di Gino Paoli, ma devo dire che nulla di ciò che ha detto mi ha convinto. Io che rispetto gli artisti per essere cresciuta insieme agli artisti, non ho trovato nulla di ciò che ha detto Paoli artisticamente convincente. Perchè, se è vero, che "l'arte non deve dare risposte ma suscitare domande" , se è vero che "si deve provare pietà per l'ultimo della terra e non per qualcuno che appare  come Gesù Cristo, perchè sarebbe troppo facile", Paoli omette di dire che nella sua canzone la pietà di cui parla è esercitata da una bambina su cui è stata tentata una violenza sessuale. 

E quella bambina, neppure nella più alata visione poetica, potrebbe mai perdonare il suo aguzzino. Sono gli adulti a dover esercitare il perdono, se ne sono capaci, non i bambini.

Ma Paoli questo non lo dice e nel proseguire la spiegazione confonde la follia con la pedofilia. Così parla della comprensione che si deve ai "pazzi", parla dei manicomi. Allora, scopriamo che il protagonista della sua canzone non sarebbe un pedofilo, ma un pazzo. Non è così, perchè in un tribunale, un pazzo potrebbe essere dichiarato incapace di intendere e di volere, mentre la maggior parte dei pedofili, no. Ecco la differenza fra l'arte e la bugia: suscitare domande sulla base di un assunto falso è, a mio avviso,  il fallimento dell'arte. O meglio, l'assenza dell'arte. E in tutto questo parlare, spiegare, alla fine Paoli ha letto il pezzo incriminato della sua canzone:

 "Aveva gli occhi come un pettirosso/era una donna di undici anni e mezzo - recita il testo - si alzò la gonna per saltare il fosso/aveva addosso un vestitino rosso. Mentre passava in mezzo a quel giardino/di settant'anni incontrò un bambino/voleva ancora afferrare tutto/e non sapeva cos'é bello e cos'é brutto/e l'afferrò con cattiveria/lei si trovò le gambe in aria/lui che cercava cosa fare/c'era paura e c'era male". Il testo prosegue così: "E il male lo afferrò proprio nel cuore/come succede con il primo amore/e lei allora lo prese tra le braccia/con le manine gli accarezzò la faccia/così per sempre si addormentò per riposare/come un bambino stanco di giocare".

Il risultato è agghiacciante, come agghiacciante sono la pedofilia e coloro che la confondono con l'arte.

Articolo sulla simbologia del pettirosso: "Il Pettirosso: l'unico uccellino che ebbe pietà di Cristo"

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Gino Paoli: La canzone "Il pettirosso" e la Pedofilia Culturale

Ascolta la canzone

Ed ecco l'articolo del Secolo XIX:

Gino Paoli da Fabio Fazio «Macché perdono, è pietà»
25 gennaio 2009

«Non si applaude un pedofilo». Entrando negli studi di “Che tempo che fa”, il cantautore genovese, 74 anni, ha risposto così al benvenuto del pubblico

«Non si applaude un pedofilo». Gino Paoli non ha intenzione di girarci intorno. La polemica sulla sua canzone “Il pettirosso”, contenuta nel nuovo album “Storie”, ha fatto il giro dell’Italia mediatica e politica. Per questo ieri, entrando negli studi di “Che tempo che fa”, il talk show di Fabio Fazio su Raitre, il cantautore genovese, 74 anni, cinquanta di carriera nel 2009, ha risposto al benvenuto del pubblico con un sorriso un po’ amaro, facendo capire da subito di essere pronto ad affrontare le accuse di avere scritto una canzone che sembra un po’ troppo “comprensivo” nei confronti dei pedofili.

Il caso-pettirosso è noto: il brano racconta di una bambina di 11 anni che subisce un tentativo di stupro da parte di un uomo di settanta. La violenza non viene consumata fino in fondo solo perché l’anziano muore di infarto nel tentativo. A questo punto, il corpo senza vita del vecchio suscita, ed è questo l’aspetto più controverso, la pietà della bambina che ne accarezza il volto, descritto come quello di “un bambino stanco di giocare”.

Furiosa e dai toni accesi a questo punto la polemica, comprese le bacchettate dell’Osservatorio sui diritti dei minori nei confronti della presunta “indulgenza” di Paoli verso uno dei fenomeni più allarmanti dell’età contemporanea. Fa ancora più clamore però la convocazione da parte del Parlamento: il cantante è stato invitato a comparire di fronte alla Commissione bicamerale per l’infanzia presieduta da Alessandra Mussolini. Non per una questione di censura, si dice, ma per dare spiegazioni, dato il timore degli effetti che può avere il testo di una canzone sulla psiche collettiva.

Per il momento Paoli non risponde all’invito della commissione, ma accetta di parlare del caso nell’unica trasmissione che ritiene aperta e priva di tentazioni dietrologiche: quella di Fazio appunto, che nella puntata di stasera ospiterà Carla Bruni in arrivo dalla Francia, divenuta ormai una specie di palcoscenico televisivo per eccellenza dell’attualità e dell’agenda della politica italiana, oltre a una fortissima presenza di celebrità straniere della cultura e dell’arte.

«Cominciamo a dire una cosa: io credo nelle domande, non nelle risposte» dice Paoli al conduttore che gli chiede di spiegare il brano incriminato «un uomo decente deve porsi delle domande, e di solito si risponde con altre domande. Quelli con le risposte in tasca, nella mia esperienza spesso sono dei poco di buono. Per questo io coltivo i dubbi, non le certezze».

Una cosa però, il cantautore ci tiene a chiarirla in fretta: «Non so perché si è parlato di “perdonare” i pedofili. Io nella canzone non parlo mai di perdono». E dopo aver letto tutto il testo a titolo di conferma, prosegue: «Quello di cui si parla qui è la pietà. Io ho pietà per i vinti. Anche per quelli che hanno fatto le cose peggiori: quando uno è a terra io non lo prendo a calci in faccia. Fa parte della mia natura. Forse è questo che ha provato la bambina del “Pettirosso”, la pietas che a noi riesce così difficile».

Sul fatto che la pedofilia sia un crimine dei più odiosi, Paoli si dichiara d’accordo: «Il vecchio della canzone è chiaramente un matto, ma cosa dobbiamo fare dei matti? C’è anche in loro un’umanità che va capita: non per giustificare o per perdonare. Si fa in fretta a condannare senza capire, ma capire serve a evitare che certe cose si ripetano». Ma perché proprio la pedofilia, fra i tanti possibili comportamenti devianti? «La pietà si cerca dove ce n’è bisogno, dove è più difficile averne. La pietà “facile” è falsa, è retorica. Questo clamore sveglierà un sacco di gente, il che è giusto. Come artista di fama, so di avere un faro puntato addosso tutto il tempo e faccio del mio meglio per portarlo dove mi sembra giusto».

Restano le parole di Alessandra Mussolini: «Attenzione ai messaggi fuorvianti, anche nel testo di una canzone. Possono essere devastanti». Un’accusa da cui Paoli si difende rivendicando il ruolo particolare della musica: «Dare una valutazione morale e sociale dell’arte è una cosa che si usava tanti anni fa e che oggi si usa solo in certe dittature. L’arte è fatta per suscitare emozioni, il testo di una canzone, come quello di una poesia, va “sentito”, non analizzato».

L’autore poi rispedisce gli attacchi al mittente, senza mezzi termini: «Le emozioni sono filtrate dalla sensibilità individuale, chi ha una sensibilità sporca svilupperà una risposta emotiva sporca, chi si sente pulito, le vivrà come emozioni pulite». In ultima analisi, conclude Paoli, si tratta di capire che «chi ha buon senso ha sicuramente dato il significato giusto alla canzone, e di chi non ne ha, non me ne frega niente».