Gli italiani che comprano le bambine a Malindi

 Baby prostitute a Malindi

 dal sito panorama.it  Di Senio Bonini

“Lui mi ha preso la prima volta che avevo 9 anni. Da allora lo incontro tutte le settimane, l’ultima volta due giorni fa. Arriva, ferma la macchina. Io entro, mi porta nella villa. A volte ci sono altri uomini con lui. Poi, quando tutto è finito, mi riporta a casa. I soldi? Cinquecento scellini, più o meno 5 euro”. In fondo lui paga bene. È puntuale. E si comporta come tanti qui. “E poi lui non picchia. E non vuole neanche quelle cose strane…”. È anche gentile, lui. “Qualche volta mi fa anche dei regali, vestiti, una collana, caramelle”.

Lui è un “mzungu”, un uomo bianco. Agisce indisturbato, forte del suo portafoglio. Lui ha modi morbidi e morbosi. Lui è italiano. E non è solo, ma in buona compagnia.
Evelyne vive a Maweni, sobborgo d’argilla e lamiera di Malindi, in Kenya. Poche centinaia di metri dai resort a cinque stelle, dalle spiagge bianche miste a saponaria che disegnano la costa, a un palmo dalle “villas” di Casuarina, Mayungo e Mambrui, muri di protezione alti 3 metri e buganvillee. Ed è lei una delle vittime silenziose dell’orco italiano che in questa cittadina un tempo portoghese si macchia di violenze che guai a commetterle in patria.
“Karibuni italiani”, benvenuti. La sua infanzia si sgretola quando diventa “proprietà degli italiani” e in un sol colpo donna, seppure violata. “Il mio si chiama Angelo, viene da Roma” racconta sull’uscio della baracca che divide con la madre e due sorelline. Avrà sì e no 13 anni, anche se come una nenia ripete di averne 18. In fondo spera di trovarsi di fronte a un altro acquirente, magari l’ultimo, pronto a strapparla dall’inferno quotidiano che è la sua esistenza. Pronto a portarla via, laggiù in Italia. “È il mio lavoro” dice con un filo di voce mentre violenta la magliettina rossa incapace di coprire una pancia sospettosamente pronunciata. Al suo fianco c’è la madre, meno di 40 anni e il volto solcato dalle rughe. Un passato da “malaya”, prostituta: sette figli e la convinzione che Evelyne non possa far altro che emulare il suo passato. Prende le mie mani, le guida sulla pelle ancora liscia della figlia e in swahili sibila qualcosa, come a garantire della qualità della merce. “È roba buona, te la sta consegnando” interviene Alì, la nostra guida nei bassifondi di Malindi. Non sono solo le spiagge o la buona cucina ad attrarre gli italiani a Malindi. C’è anche il suo serbatoio umano a buon mercato. Ragazzine e ragazzini a portata di mano, ma soprattutto a rischio zero. “Di bambine come Evelyne ne trovi a centinaia qui” spiega Alì, un tempo trafficante d’eroina a Mombasa, oggi venditore di conchiglie, quattro figli da sfamare. “Gli italiani fanno quello che vogliono, prendono i nostri bambini, li violentano, ne abusano e nessuno fa niente. I poliziotti non intervengono, ogni tanto ne beccano uno sulla spiaggia, si fanno dare un ‘kitu kidogo’, una bustarella di 5 mila scellini (50 euro, ndr), e lo lasciano andare. Però quelli più organizzati, quelli che qui ci vengono da anni, non si fanno trovare. Prendono i bambini e li portano nelle ville che affittano o che hanno comprato. E i genitori lasciano fare, è normale”. In un Paese dove un cameriere riesce a guadagnare 60 euro al mese, e dove secondo le usanze tribali sposarsi a 13 anni è considerato naturale, lo sfruttamento sessuale dei bambini appare fisiologico. E alcuni italiani (2.500 i residenti solo a Malindi, molte migliaia quelli che ogni anno vi si recano in vacanza) ne approfittano. Nero su bianco, c’è un rapporto diffuso dall’Unicef che mette spalle al muro la comunità italiana di Malindi (qui il report in pdf).
Non solo Thailandia, Filippine, Cambogia: il nuovo confine del sesso proibito è qui. Si legge che nel tratto di costa compreso tra Mombasa e Lamu sarebbero 10-15 mila ragazzini e adolescenti fino a 18 anni vittime dello sfruttamento e del turismo sessuale. Il 10 per cento al di sotto dei 12 anni. E gli italiani (il 18 per cento dei clienti) occuperebbero saldamente la prima posizione nella triste classifica delle nazionalità che ne fanno uso e abuso. Prima di tedeschi (14 per cento), svizzeri (12), poi a ruota ugandesi, tanzaniani e britannici. Un mercato a luci rosse accettato dal 75 per cento dei keniani.
Procurarsi un minorenne è semplice. Basta rivolgersi a loro, i beach boy sulla spiaggia, i disperati di Uhuru Park, gli accattoni dei quartieri malfamati. Solerti imprenditori di se stessi, pronti a consegnarti per poche centinaia di scellini una bambina o un bambino, a seconda dei gusti.
La rete sommersa. Oppure frequentare i locali giusti. Le più giovani aspettano fuori. “Italiano? Scopare?”. Ti avvicinano, trucco e vestiti scelti per celare l’età. “Io ci vado tutte le sere” spiega Chris, 13 anni e un rossetto sbavato sulle labbra. “Gli italiani sono i clienti migliori. Pagano fino a 2 mila scellini, quasi 20 euro. Di più senza preservativo. Del resto tu le caramelle mica le mangi con la carta”. Poche battute e l’affare è fatto. Altrimenti, “per le cose fatte bene” come dice Alì “per il servizio a domicilio, pochi rischi e divertimento assicurato”, non resta che votarsi alla “rete”.
“Esiste, eccome, è tutto in mano loro”: Philip Opiyo è un giovane poliziotto a capo della stazione di Malindi. Scuote la testa: “Molti italiani hanno formato negli anni una rete neppure troppo sotterranea che controlla il traffico sessuale dei nostri bambini. Sono imprenditori, proprietari di bar, ristoranti, tour operator. Gli ’shugada’, i pedofili, si rivolgono a loro per avere i piccoli che vengono presi e portati nelle ville. Sappiamo che spesso partono dall’Italia tour organizzati con tanto di ordinazioni. Gli intermediari ci guadagnano e non di rado partecipano ai festini. Noi difficilmente riusciamo a fare qualcosa. In primo luogo perché le ville sono come fortini, blindati, inaccessibili. Secondo perché povertà e corruzione inquinano i nostri uomini”.
Corruzione e rassegnazione. Tesi sostenuta anche da Fred Olouch, giornalista del Nation, il più importante quotidiano del Kenya, da anni in prima linea nella battaglia contro lo sfruttamento dei bambini. “Perché un poliziotto che coglie in flagranza un italiano con un minorenne dovrebbe denunciarlo? Con il suo silenzio guadagna in 5 minuti l’equivalente di mesi di lavoro. Senza considerare che, se anche fa il suo dovere, c’è sempre la possibilità che l’italiano sorpreso con un minorenne la faccia franca corrompendo un giudice o pagando una cauzione di poche decine di migliaia di scellini: niente per le vostre tasche”.
Toni rassegnati come quelli che usa Haman Shambi, una sorta di prefetto della città, per disegnare la cartina e la storia del potere degli italiani a Malindi. “I primi arrivarono qui negli anni 80, ma il boom vero e proprio esplose 10 anni più tardi. Attirati dalla bella vita e dalle belle donne a buon prezzo e, per alcuni di loro, qualche camorrista e brigatista in fuga dall’Italia, dalla certezza di non poter essere estradato”.
Oggi Malindi parla italiano, le insegne e i cartelli stradali sono in due lingue e il tricolore sventola dai palazzi. La comunità si riunisce attorno agli esercizi commerciali: il Bar Bar, il Sultana Cottage, il Baby Marrow. “Sotto sotto qui molti odiano gli italiani” puntualizza Alì. “Ci hanno comprato, fanno quel che vogliono e non puoi ribellarti, non ci metterebbero molto a fartela pagare”. Evelyne, Chris, Maria, Jenny recitano un rosario fatto di nomi e cognomi. E così scopri che nella rete vengono inclusi imprenditori, turisti qualsiasi e gente che qui è venuta per ricominciare una nuova vita, addirittura qualcuno degli storici rappresentanti della comunità italiana.
“È vero, la situazione è gravissima” conferma Robert Nyagah, un tempo giornalista e ora tour operator. “Questo è il regno degli italiani che sfruttano il lassismo delle istituzioni e del governo, delle organizzazioni non governative interessate solo ai fondi della cooperazione internazionale, in un paese dove il turismo, anche in questo periodo di disordini, resta la terza risorsa economica”.
“Nessuna emergenza”.Non ho niente da dichiarare, gli italiani qui godono di ottima reputazione. Questa storia dei bambini non ha senso. Arrivederci”: Roberto Macrì, console onorario di Malindi, liquida così qualsiasi discussione che sfiori le accuse che molti qui muovono contro i nostri connazionali. “Non c’è alcuna emergenza, queste sono infamie belle e buone contro un’intera comunità che qui è ben vista”. Ma decine di testimonianze, le voci dei bambini, il dito puntato contro degli organi di polizia… “Niente da aggiungere. Arrivederci”. E quel rapporto dell’Unicef? “Figuriamoci. Non ci hanno neppure contattato per sentire il nostro parere, per noi quel dossier non ha alcun valore”. Perché allora non avete affidato a una lettera, a un intervento pubblico, il vostro risentimento contro quello che considerate un affronto? “Non è mio compito. Vi prego di andarvene adesso”.
Diverso il registro di
Pierandrea Magistrati, ambasciatore italiano a Nairobi. “Non lo possiamo nascondere, la situazione a Malindi è preoccupante. Più fonti in nostro possesso confermano quanto avete raccolto sul campo in queste settimane, per questo bisogna affrontare seriamente il problema. Dobbiamo promuovere un’efficace azione di cooperazione internazionale del nostro ministero degli Esteri”.
Promessa mantenuta: tutto è pronto al ministero degli Esteri per l’avvio ufficiale di un progetto di cooperazione internazionale per combattere la piaga dello sfruttamento della prostituzione minorile a Malindi. “Il nostro progetto, preparato in collaborazione con Unicef, Ecpat e Cisp, sta per muovere i primi passi” spiega Paola Viero, responsabile dei progetti per i minorenni dell’Unità tecnica centrale del ministero: 1,5 milioni di euro, corsi di formazione per operatori sociali, funzionari di polizia, psicologi. “Per sensibilizzare da un lato le popolazioni locali, sviluppando quella che noi definiamo un’educazione inclusiva, tutta rivolta ai loro piccoli, dall’altro per infittire i rapporti di collaborazione con organi di sicurezza e procure che oggi sono ancora scarsi”. Un modo per agire chirurgicamente sul campo, ma anche per aggirare “quella rete di nostri rappresentanti sparsi per il mondo che troppo spesso si rendono complici silenziosi di questi traffici” puntualizza Viero. Un po’ come è avvenuto per Malindi, se è vero che “proprio nei giorni immediatamente successivi al vostro colloquio con l’ambasciatore Magistrati” prosegue la funzionaria della Farnesina “al ministero è arrivato un telegramma a sua firma che chiedeva immediati provvedimenti per contrastare l’emergenza pedofilia sulla costa keniana”.
La guerra all’orco. Sono almeno una ventina i progetti di cooperazione internazionale attivati dalla Farnesina negli ultimi 10 anni: 20 milioni di euro investiti a partire dal 1998. Un’azione capillare riconosciuta dal Consiglio d’Europa che lo scorso anno, in occasione della firma della Convenzione per la protezione dei bambini contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali, “ha individuato nell’Italia l’avanguardia dei progetti di cooperazione a livello europeo” ricorda Paola Viero. “Siamo sulla strada giusta” è il commento di Marco Scarpati, presidente della sezione italiana dell’Ecpat (End child prostitution, pornography and trafficking). “Però c’è ancora molto da fare. Il problema è che le leggi italiane contro lo sfruttamento della prostituzione minorile, introdotte nel 1998 e ampliate nel 2006, non bastano. Sebbene siano tra le migliori e più rigide al mondo, mancano di un tassello fondamentale: gli strumenti di raccordo tra le polizie e le procure dei diversi stati. Quando in Italia viene scoperta un’organizzazione criminale che si muove all’estero, la nostra polizia non sa con chi parlarne”.
Opinione condivisa da
Antonio Sclavi, presidente dell’Unicef Italia: “Questo gap vanifica ogni sforzo in termini di contrasto allo sfruttamento dei bambini, in più si aggiunga la complicata questione delle prove. Si pensi a quanto può essere difficile portare a testimoniare in Italia un bambino vittima all’estero di violenze sessuali”. Ed è in questa direzione che si inscrivono le ultime iniziative dell’Unicef e dell’Ecpat: sostenere le spese di viaggio e alloggio dei testimoni che si costituiscono parte civile nei processi. “La nostra sfida resta comunque quella di convincere i paesi finiti nella rete della criminalità transfrontaliera a denunciare chi si macchia di reati contro i bambini” precisa Scarpati. “Deve passare il principio secondo il quale la denuncia, in termini di sostegno, aiuti economici, cooperazione, paga più del silenzio”.

L’identikit. Già, la denuncia: un passaggio che spesso resta lettera morta. “Il più delle volte dei nostri connazionali fermati all’estero non si sa proprio niente perché le nostre ambasciate non ne vengono informate” spiega il colonnello Giorgio Manzi, del reparto analisi criminologiche dei carabinieri del Ris di Roma. “E spesso, contrariamente a quanto si possa pensare, sono gli stessi pedofili arrestati a preferire la via del giudizio all’estero, vuoi perché le pene sono meno dure, vuoi perché possono sempre sperare che il giudice applichi il cosiddetto principio della corruzione del maggiorenne. Attenzione, non si tratta di una categoria giuridica vera e propria, ma della diffusa convinzione che l’adulto possa essere, come dire, indotto in tentazione dal minorenne. Vuoi, infine, perché così salvano la loro reputazione in patria”. Non sono invece riuscite a farla franca quelle 30, 40 persone condannate fino a oggi in Italia per turismo sessuale. “Dal primo caso, quello di Roberto Rossinelli, anche noto come “il Thailandese”, condannato nel 1998 a 12 anni, sono alcune decine i pedofili che abbiamo incastrato” continua Manzi. “Ma almeno il doppio hanno subito condanne all’estero”. E questa sarebbe solo la punta visibile: “Dai dati che abbiamo sono centinaia quelli che non vengono mai presi”. C’è da crederci. Secondo i dati forniti dall’Ecpat, sarebbero 80 mila gli italiani che ogni anno si dedicano al turismo sessuale, dei quali il 3 per cento (circa 2.400 persone) alla ricerca di minorenni. Uno scenario sconcertante reso ancora più torbido dall’identikit dei moderni orchi. “Giovani, di età compresa in media tra i 25 e i 27 anni, ricchi o meno abbienti non importa” spiega Manzi. “I viaggi low cost hanno reso accessibili un po’ a tutti le mete turistiche anche più lontane”.
Insospettabili in Italia, non appena varcato il confine queste persone “vengono prese da quella particolare condizione che indichiamo come “craving”, uno stato d’ansia e frustrazione crescente, quasi patologico, alimentato dalla privazione dell’oggetto del desiderio, in questo caso il bambino. E poi ci sono i cosiddetti pedofili di reflusso, persone che in questa società all’insegna della libertà sessuale hanno già provato tutto e cercano nei minorenni l’ultima trasgressione possibile”.
Il miraggio di una vita nuova. In fondo Evelyne, la bambina di Malindi, sa che il sapore amarognolo del marungi, l’erba oppiacea dei poveri della costa keniana, non è altro che un modo per ingannare se stessa e le sue giornate alla luce del sole. Per le notti non c’è niente da fare: bisogna viverle, lavorarle con l’ultimo mzungu, l’uomo bianco di turno, dall’accento italiano ormai maledettamente familiare. L’erba in bocca, i soldi nel pugno, un “grazie” sommesso, rassegnato. Nonostante i 13 anni Evelyne ha capito benissimo il perché le siano stati dati questi 2 mila scellini: per i suoi racconti e “senza mangiare nemmeno la caramella”, come dice lei. L’altra mano è sempre lì, testarda come a tormentare quella magliettina esausta. Di parole come craving, procure, convenzioni internazionali non ha mai sentito parlare e forse mai ne sentirà. Per lei la vita è questa, è sempre stata questa e sembra accettarla così com’è. O forse no, quando ti si avvicina e chiede, apparentemente distratta: “Com’è l’Italia?”. “Karibuni italiani”, benvenuti Panorama.it  7 settembre 2008