Antonio: in fuga dai pedofili. Dopo il processo, una vita sotto protezione

Ecco uno stralcio dell'articolo che Panorama dedica ai testimoni che vivono sotto pretezione. Ho sceltro la storia di una delle vittime del caso di pedofilia avvenuto a Napoli nel quartiere dei Poverelli aTorre Annunziata. Tanti bambini subivano violenze dai bidelli della scuola elementare che frequentavano. Questa è la sua storia.

 “A 7 anni mio figlio Diego faceva ancora la pipì a letto” racconta Antonio, manovale, 40 anni. “Era aggressivo. Andava in bagno solo se accompagnato da mamma o papà. Ma prima dei bisogni portava in corridoio tutti i soprammobili e persino lo spazzolone del wc. Abbiamo capito il perché solo mesi dopo: ci ha confessato che era vittima dei bidelli delle elementari al quartiere Poverelli di Torre Annunziata. In 19 hanno abusato dei piccoli in cantina, nei garage, nei bagni. Scoperti nel 1997, dopo che mia moglie e altre tre madri a testa alta li hanno denunciati, sono stati condannati fino a 14 anni di carcere.

“Ma l’incubo era appena iniziato. Sette anni dopo, nel 2004, una delle madri coraggio, Matilde Sorrentino, viene assassinata con sei colpi di pistola sulla porta di casa. Suo figlio, Christian, salendo le scale incrocia il killer che scappa con il revolver infilato nella cintura. Christian gira le ultime due rampe e trova il corpo della madre senza vita sul pianerottolo. Da quel giorno lui con la sorella, noi con Diego e un’altra famiglia che aveva denunciato la banda di pedofili viviamo sotto protezione. Certo, in un paese normale dovrebbero essere i criminali a essere allontanati, non noi vittime. Qui invece funziona tutto al contrario. I delinquenti continuano i loro affari, vanno in giro per il paese. Lo Stato li tutela con permessi, premi extracarcerari e scappatoie. Noi insultati per strada, minacciati per convincerci a ritirare le denunce. Con mia moglie persino inseguita dai parenti dei pedofili. E il paese faceva finta di niente.
“Prima siamo stati trasferiti in una residenza, quindi in un’odissea di casa in casa. All’inizio, i primi mesi, abbiamo vissuto come in vacanza: era estate, eravamo spensierati. Poi l’equilibrio della mia famiglia ha iniziato a traballare. Litigavamo per piccole cose. Gli psicologi ci seguivano e curavano: mia moglie per quasi 2 anni, mia figlia tuttora. Diego invece da quando ha compiuto 11 anni non parla più degli abusi. Ha come cancellato, messo in freezer quelle violenze: “Ho fatto il processo?” mi ha urlato una volta. “Ho incontrato gli psicologi? Adesso non ne parliamo più”.
“Durante il processo avevamo gli esperti in coda fuori la porta per sentirlo. Offrivano assistenza solo per accertare gli abusi, mica per guarire il piccolo. Lui oggi a 18 anni è chiuso, poco riflessivo, incapace di portare a termine un progetto, un lavoro, fra scatti d’ira e frequente perdita della concentrazione. Vive con il suo doppio trauma: prima la pedofilia poi il cambio di vita con perdita di amici, parenti, compagni. È solo”.