Pedofilia, Bidello già condannato resta a scuola per vent'anni con un'autocertificazione

 

Note di Roberta Lerici

Pubblico questo articolo del 2014 perchè è un esempio lampante di come non esistano controlli sul personale che lavora nelle scuole. Il bidello in questione aveva fornito al ministero una semplice autocertificazione in cui si dichiarava incensurato, nonostante avesse già due condanne definitive per pedofilia. Oggi, malgrado l'introduzione del Certificato Antipedofilia obbligatorio per chi assume persone che devono lavorare  a contatto con i minori, casi come quello in questione sfuggirebbero ugualmente. Il certificato, infatti, è obbligatorio solo per gli assunti dal 2014 in poi. Coloro che permangono da anni negli stessi istituti, anche se già condannati, potranno continuare a farlo. Non sarebbe stato più efficace richiedere il certificato a tutti, magari ogni due anni?

Pedofilo condannato, era bidello da vent'anni. Nascondeva il passato con un'autocertificazione.

Per una ventina d’anni nessuno al Ministero dell'Istruzione si era preso la briga di controllare il suo casellario giudiziario.

di Adelaide Pierucci- Il Messaggero 25 gennaio 2014 

Così un bidello pluricondannato per molestie sessuali a minori è rimasto indisturbato accanto agli scolari. Ieri è arrivata il terzo verdetto di colpevolezza per lo stesso reato consumato in ambito scolastico e il Tribunale ha pensato bene non solo di infliggere al collaboratore scolastico 6 anni di carcere con radiazione dal servizio, ma anche di condannare in solido lo Stato al risarcimento. La provvisionale (il vero danno verrà stabilito in seguito) ventimila euro Il presunto “orco”, Rosario Cacace, 50 anni, origini napoletane, per vent’anni ha fatto il bidello in diversi istituti di Roma e difficilmente potrà tornare tra aule e grembiuli.

La sua doppia vita è stata scoperta. L’uomo, dopo aver incassato la prima condanna nel 1991 (1 anno e 9 mesi, pena patteggiata e sospesa), aveva infatti firmato un’autocertificazione in cui sosteneva di essere incensurato. E così anni dopo, in seguito a un'altra condanna per pedofilia arrivata nel 2007 (due anni di carcere con rito abbreviato) aveva pensato di mentire di nuovo sulla fedina penale, avendo solo l'accortezza di chiedere il trasferimento dalla scuola. È con questo passato che il bidello nell'anno scolastico 2008 lasciò la scuola media «Belli» di via Mazzini, nel quartiere Prati, e si trasferisce alla scuola elementare Borghi, a un passo da via Merulana, zona San Giovanni. Dopo qualche mese rieccolo nel mirino degli inquirenti che proprio ieri gli hanno assicurato la terza condanna.

LA DENUNCIA

Un bambino di 10 anni raccontò alla mamma che a lui «non piacevano i giochi del bidello» e che aveva «paura». Partono le denunce, la polizia indaga e la procura accusa. «Abusando della qualità di assistente scolastico», è la conclusione della magistratura, «Cacace costringeva un minore a subire atti sessuali». Una ricostruzione agghiacciante: "Nell'ora di ricreazione lo seguiva in bagno dove afferrandolo e mettendolo a testa in giù, oppure spingendolo verso il termosifone, impedendogli di fuggire, o ancora a ridosso del lavandino, gli si strofinava dietro la schiena".

La madre della vittima, assistita dall'avvocato Armando Fergola, ora ringrazia: «Mio figlio l'ho salvato in tempo dal peggio, anche se sono stati per noi anni difficili: certi abusi non si cancellano. Ma la mia battaglia l'ho portata avanti soprattutto affinché non succedesse ad altri bambini. Perché i malati vanno curati e tenuti fuori dalla scuola». SI STRUSCIAVA» L'Avvocatura dello Stato, a sostegno del ministero, nel processo ha sostenuto che fosse «impossibile riscontrare la veridicità della autocertificazioni». Mentre il legale dell'imputato ha puntato sulla persecuzione. «Si è arrivati dipingere un serial killer». Cacace si è difeso dicendo che voleva «diventare amico dei bambini».

Così aveva fatto anche alla media Belli, in un giorno di primavera. Tre alunne non avevano partecipato a una gita scolastica e giocavano a nascondino rincorrendosi. Lui ne afferrò una, dodici anni: «Vieni - le disse secondo la sentenza - ti indico un posto sicuro». Poi la portò in una classe vuota, dove le alzò le braccia («Ma quanto sei alta...») e poi una gamba «appoggiandosi su di lei». La ragazzina restò di sasso e quando nella classe entrarono le compagne scoppiò a piangere. Nel giro di un quarto d'ora il tam-tam arrivò alla preside: denuncia, allontanamento e alla fine la condanna. Cacace allora cambiò scuola. Ma ricadde nelle sue debolezze e ieri nè scaturito il nuovo giudizio.

Sabato 25 Gennaio 2014, 09:26 -