CITTADELLA, STRALCI SENTENZA:"ALLONTANARLO DALLA MADRE PER AIUTARLO A CRESCERE"

CRESCERE A DIECI ANNI?

di Roberta Lerici

Alle persone schoccate dal video mostrato a "Chi L'ha visto", le motivazioni che hanno portato al barbaro prelevamento a scuola di un bambino di dieci anni, suonano come parole giunte dal più buio del nostro passato, eppure "prelevamenti" del genere si verificano spesso, e da anni, nel silenzio generale. Alcuni giornalisti hanno cercato di spiegare al pubblico concetti come, "al bambino serve un luogo neutro per decantare", "la comunità servirà da camera di decompressione", "il bambino va resettato", e via così in un crescendo di immagini che vengono di solito usate per bevande o computer.

Ma qui parliamo di un bambino, e lo spettatore resta attonito, incredulo.Non sa se è lui a non essere abbastanza preparato da capire quello che "gli esperti" hanno stabilito, o se quello che sente sia il prodotto di menti marziane.Bene, vorrei tranquillizzare coloro che si sentono impreparati: siamo di fronte a vere e proprie assurdità che di scientifico non hanno nulla.Infatti non è mai stato dimostrato che l'amore di un figlio per la madre diminuisca se la mamma gli viene strappata via, nè è dimostrato che in questo modo cresca l'amore verso il padre con cui il figlio ha dei problemi di relazione.

Nonostante questo, un plotone di consulenti tecnici si ostina a considerare il distacco dal genitore più amato come una "terapia salvavita". E il luogo deputato alla "rinascita dell'amore" è per costoro la casa famiglia, ovvero una istituzione nata per accogliere minori orfani o vittime di abusi e violenze. Ma questi minori che rifiutano uno dei due genitori non sono orfani, nè vittime di violenze.E allora perchè vengono sradicati dal loro mondo? Per "curarli" dalla "malattia" del poco amore per il padre o più raramente per la madre.

Troppo complicato cercare di capire i motivi che hanno provocato la frattura fra padri e figli, troppo impegnativo e lungo ascoltare le ragioni del bambino o forse troppo difficile trovare una soluzione.Molto meglio applicare alla lettera le teorie dell'americano Richard Gardner che negli anni ottanta, in alcuni testi che si è autopubblicato, ha teorizzato che quando i bambini rifiutano il padre la colpa è della madre che instilla in lui la disaffezione e in alcuni casi l'odio.

A quel punto, quando un bambino dice, "Non voglio vedere papà perchè mi fa paura", la colpa è della mamma.Quando il bambino dice, "papà mi picchia", non è vero, è la mamma che lo ha convinto a dirlo e lo ha convinto a tal punto da far ammalare il bambino di PAS. Dunque, per "guarirlo", non c'è che una soluzione: allontanarlo, lasciarlo da solo insieme a degli sconosciuti in modo che il legame con la mamma si affievolisca e, nel frattempo, si riaffezioni al papà.

Richard Gardner , morto suicida, in America da tempo non è più considerato una star  ma noi, si sa, siamo sempre in ritardo e leggiamo poco. Non sappiamo che in America sono nate decine di associazioni delle vittime di Gardner, ovvero ex bambini affidati al genitore violento o abusante, che da grandi sono fuggiti e in molti casi hanno denunciato i giudici. Alcuni di loro non ce l'hanno fatta e si sono suicidati. Sono bambini che non sono stati mai creduti, nè ascoltati. Ma non sono soltanto i ragazzini a suicidarsi, a volte anche le mamme, private dei loro figli, non resistono al dolore e rinunciano alla vita.

Recentemente l'Apa (American psychiatric association), ovvero l'associazione americana i cui membri sono specializzati in diagnosi, trattamento, prevenzione e ricerca di malattie mentali, ha escluso la PAS (SINDROME DA ALIENAZIONE PARENTALE) dal DSM-5 (ovvero l'edizione aggiornata dal manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

Dunque il piccolo di Cittadella, è stato ritenuto affetto dalla PAS, una malattia che non è una malattia.E allora se si continuerà a considerarlo affetto da una malattia che non è una malattia, forse non ci sarà nessuno che lo curerà per il trauma subito a scuola, forse non ci sarà nessuno che lo conforterà se è triste e, se volesse la mamma, gli sarà vietato incontrarla in quanto lei è la causa della sua "malattia".

Al posto del conforto materno, seguendo le teorie di Gardner, si potrebbe adottare per lui la "terapia della minaccia", ovvero gli si potrebbe dire che se se non fa tutto ciò che gli viene richiesto, lui la mamma non la vedrà più. Azzerare le difese del bambino, in modo da ottenere un completo e totale asservimento che, sempre secondo Gardner, favorirebbe la ricostituzione del legame padre-figlio."Deprogrammare il bambino", per poi riprogrammarlo in modo più consono alle aspettative.

Gli stralci della sentenza che potrete leggere di seguito, riprende più o meno i principi che ho cercato di spiegare a chi non conosce questa triste e falsamente complicata materia.

Ascoltare i bambini, a mio avviso, rende molto più semplice giungere alla verità che rifarsi a teorie nate per non accettare verità scomode.

Cittadella, la sentenza: “Madre ambigua, non vuole che il bimbo stia col padre”

VENEZIA – Emergono dettagli sulla vicenda di Cittadella (Padova), del bambino portato via a forza dalla polizia per eseguire un’ordinanza del tribunale dei minori di Venezia. Secondo quanto pubblicato dal Mattino, nella sentenza della Corte d’Appello sull’affidamento al padre del bambino di dieci anni si sottolineava la necessità di “un avvio di un percorso personale di sostegno di genitorialità”, però mai compiuto. Era quindi emersa “una netta ostilità del minore che rifiuta i contatti con il padre e mal li sopporta anche se organizzati in un ambiente neutro e in forma protetta”.

E’ scritto nella sentenza, secondo quanto riporta il Mattino: “La signora è stata posta nelle condizioni di collaborare proficuamente e, con sufficiente convincimento personale, ha aderito al progetto comune proposto dal perito d’ufficio; i comportamenti del bambino, hanno assunto caratteri meno oppositivi nel processo di avvicinamento al padre” a fronte della possibile “involuzione svantaggiosa per la madre il bambino riprese, quasi di incanto e con la massima naturalezza, a frequentare il padre, ma lo fece per un tempo irrisorio e risibile, finché non fu scongiurato lo scampato pericolo”.

Sempre secondo la corte d’appello, riporta sempre il Mattino, i rapporti tra il padre e il figlio “erano stati del tutto sospesi per iniziativa della madre nel 2010 e da allora rifiutati sino alle operazioni di consulenza” e ripresi per qualche ora in ambiente neutro. La Corte ha altresì ricordato che il padre “ha sempre assolto con regolarità il suo obbligo di contribuzione al mantenimento del bambino” e che nel percorso terapeutico l’obiettivo era di far capire al minore che “il padre lo ama e per questo motivo che egli insiste nel volerlo vedere”.

I giudici hanno poi definito il comportamento della madre ambiguo: “in questa ambiguità continua a permettere al bambino comportamenti irrispettosi verso gli adulti, che arrivano ad essere inaccettabili nei confronti del padre”. In tutto questo, spiega il tribunale, la madre “non ha saputo tutelarlo fino ad assumere immotivati atteggiamenti di evidente maleducazione, disprezzo, minacce, aggressività e violenza fisica”. Dalle immagini registrate degli incontri il bambino “non individua in (omissis) la figura paterna e gli nega lo stesso termine “padre, papà”, che il bambino non pronuncia mai, definendo il padre con termine di profondo disprezzo ed evitamento, a fronte della assoluta adesione alla madre e della valorizzazione totalmente positiva della famiglia materna e inoltre non percepisce alcun vuoto della sua mancanza e ignora del tutto ogni senso di appartenenza al ramo paterno”.

Considerato, poi che nessuno degli altri componenti adulti della famiglia materna avrebbe cercato di mantenere i rapporti del minore con i parenti del ramo paterno, la corte ha ritenuto che “se per un verso l’adesione della madre al programma di riavvicinamento del figlio al padre è solo apparente è ancora più dannosamente altalenante, anche il padre non risulta attualmente preparato”. La Corte ha quindi evidenziato “la necessità di un allontanamento del minore dalla madre, fino ad aiutarlo a crescere, imparare, e non certo da ultimo, a resettare e riassestare i propri rapporti affettivi in ambiente consono al suo stile di vita, accogliente e specificatamente preparato a trattare le sue involontarie problematiche che, anche comportamentali, equidistanti dai genitori e nel contempo ad entrambi ugualmente vicino”.

Alla fine nella sentenza è scritto: “in mancanza di spontaneo accordo ed esecuzione le decisioni del caso e le attuazioni delle disposizioni saranno adottate dal padre affidatario, che potrà avvalersi, se strettamente necessario, dell’ausilio del servizio sociale e della forza pubblica”.

(fonte sentenza dazebao.org)

12 ottobre 2012 www. bambinicoraggiosi.com