Temi shock in classe:«Il clan ci protegge». Le confessioni degli alunni di Miano

La camorra c’è e se qualcuno ci vuole far del male, loro intervengono

DANIELA DE CRESCENZO «Quando esco mi capita di vedere nel mio quartiere grandi mappaglie di persone che spacciano, ma a noi della zona ci proteggono». Anna, tredici anni, racconta con disincanto la vita tra Miano e Scampia, in quel triangolo della morte teatro di una guerra di camorra che ha prodotto settanta vittime. Scuola media Salvo D’Acquisto, Miano.

 

L’istituto è lo stesso dove i ragazzi hanno realizzato un fotoromanzo anticamorra per dire no alla criminalità e alle violenze striscianti che spesso subiscono per il solo fatto di vivere e studiare nel loro quartiere. Ora, nei temi in classe, sono ancora i clan ad essere protagonisti. Squarci di verità nei loro elaborati. Utili anche a comprendere le logiche delle bande, che per Anna, tredici anni, sono semplici e chiare: «Se qualcuno di un’altra zona avesse l’intenzione di farci del male o di ricattarci - scrive la bambina in un tema - loro ci difendono, ma se c'è tra loro una discussione non guardano in faccia proprio a nessuno e ci vanno di mezzo anche persone innocenti». I bambini guardano, osservano. Alberto spiega le vite bruciate meglio di un trattato di sociologia: «La camorra a Miano c’è e noi la conosciamo bene perché si svolge tutto davanti a noi come per esempio a spacciare la droga che è una cosa che noi vediamo tutti i giorni. Molti ragazzi cominciano a spacciare a 13 anni diventano più importanti e una volta che ci sei entrato non ne esci più e se provi a uscirne vieni ucciso». Per Antonio, stessa scuola, la malavita ha anche degli aspetti positivi: «Nel mio quartiere - scrive - vedo di tutto, come droga, spacciatori, ecc. Ma non mi spavento. Noi cittadini ci siamo abituati. C’è gente che odia la camorra, io invece no, anzi a volte penso che senza la camorra non potremmo stare perché ci protegge tutti, pure il fatto del tutti pagano il pizzo non è giusto, ma chi paga resta protetto». E poi: «Quando scendo vedo bambini, perché sono bambini che spacciano, in grandi macchine, uno qualsiasi che lavora non se lo può permettere». Spaccio, pizzo, rapine, agguati: nei racconti lucidi e senza incanto dei bambini le periferie diventano luoghi dove tutto è possibile. Racconta Francesco: «Nel mio parco una sera spararono con la pistola a piombino e colpirono mia madre, anche un paio di anni fa stavamo un una farmacia, entrò un rapinatore e si prese tutti i soldi dalla cassa e la collanina d’oro di mia madre». C’è anche chi riconosce i propri vicini di casa in tv: sono gli autori dei gesti più efferati: «Quando esco con le mie amiche - racconta Elisa - vedo ragazzi che sui motorini sembrano i padroni del quartiere e a volte riconosco persone che escono sui giornali o nei telegiornali». È soprattutto l'arroganza delle sopraffazioni quotidianamente subite a colpire i ragazzi. Spiega Giovanni: «La cosa che mi dà fastidio è quando i figli di quelli grossi fanno i buffoni, ma alla fine sono nessuno perché sono bambini viziati. Nel mio quartiere si fanno le rapine alle ragazze e le borse le vengono a svuotare da noi e non capisco perché». Annalisa usa l’arma dell'ironia: «Ore 8: scendo per recarmi a scuola. Sotto casa c’è un biliardo. Come mi dà fastidio! C’è tanta gente con la faccia che non mi piace, e la sera vedo che si scambiano dosi sotto al mio balcone, mia madre mi chiede di andare a buttare la spazzatura e mi trovo una montagna più alta di me. Se decido di uscire le mie amiche non portano il casco perché si guastano i capelli e se mi fermo al rosso rischio di farmi tamponare perché al semaforo è vietato fermarsi». Alla D'Acquisto c'è una biblioteca intitolata ad Attilio Romanò, vittima innocente della faida: tutti gli studenti conoscono la sua storia e, finalmente, sono tutti d’accordo: non è giusto morire così, «solo perché ci si trova nel posto sbagliato al momento sbagliato», come scrive Marco.

 Il mattino 21 aprile 2008