Senza lavoro le tolgono la figlia: l'appello di Jennifer

 

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Note di Roberta Lerici

Forse sarà anche vero che questa mamma, come scrive il decreto, "ha una mentalità assistenzialistica", come dire "non si dà da fare abbastanza per lavorare", però è anche vero che la comunità dove è stata collocata sua figlia di cinque anni costa al comune dai 70 ai 250 euro al giorno (le tariffe cambiano a seconda della città) e se facciamo i calcoli con la tariffa minima, arriviamo a circa 2000 euro al mese.E allora non capisco più: perchè se il comune dice di non poter più aiutare Jennifer se non trova un lavoro, è comunque disposto a spendere una cifra rilevante per tenere la sua bambina in casa famiglia?

E perchè alla mamma è consentito di vedere la bambina soltanto due pomeriggi e una mattina alla settimana? Cosa c'entra questo con la povertà della mamma? Domande che ci poniamo in decine di casi analoghi a quello di Jennifer, ma che non trovano risposte logiche.Pare, infatti, che la logica, non appartenga al nostro sistema di giustizia minorile.Di seguito al storia di Jennifer

L'appello di Jennifer: mi hanno strappato la figlia per colpa della crisi, se non trovo un lavoro la perderò del tutto

di Andrea Tortelli - Ha 29 anni e una bimba di 5 che chiameremo Elisa. Ma, complice anche la crisi, fatica a trovare un lavoro vero. Per questo - a inizio gennaio - la piccola le è stata “tolta” e se entro fine anno non avrà un reddito adeguato la piccola potrebbe addirittura essere data in affidamento. E' questa la triste storia che ha per protagonista Jennifer B., giovane bresciana che lo scorso 4 gennaio si è vista letteralmente cadere il mondo addosso. Con un'ordinanza, infatti, il Tribunale dei minori ha stabilito che Jennifer dovesse essere dimessa dalla comunità in cui ancora si trova la figlia per “avviare un percorso personale di autonomizzazione lavorativa”, mentre la minore è stata “temporaneamente trattenuta”. Con “ampia possibilità” della madre di stare con lei, dice la sentenza. Ma - precisa Jennifer - “posso vederla solo due pomeriggi e una mattina alla settimana: mi sono dovuta impuntare perfino per poterla sentire ogni tanto al telefono”.

Jennifer viene da una famiglia difficile. E quando nel 2007 è nata la piccola Elisa - in assenza di un padre - la situazione non è certo diventata più facile. Per un anno è stata ospite di una comunità di via Milano, sostenuta da un assegno mensile del Comune di Roncadelle e da qualche ora di lavoro nella stireria interna. Poi per sei mesi, nel 2008, ha vissuto nell'appartamento gestito da un'associazione e trovato lavoro in un bar del centro. Ma al termine di questo periodo è rimasta senza casa e occupazione.

Quindi un altro anno in comunità e di lavoretti saltuari. E, nel marzo del 2010, nuovamente la necessità di trovare una casa, perché “con 500 euro al mese non potevo certo pagare l'affitto e mantenere mia figlia”. Jennifer, a quel punto, è stata costretta a trasferirsi nell'abitazione di una parente, ma anche questa esperienza è durata poco a causa della difficoltà del contesto. Risultato: a giugno la 29enne - che distribuisce centinaia di curricula, ma trova soltanto lavoretti saltuari - e la bimba diventano ospiti di un'altra comunità.

E a novembre, quando questa dismette l'abitazione in cui si trova, viene spedita in un centro sul Garda. “Sembrava una prigione”, spiega, “mi sono rifiutata di portare Elisa in quel posto”. Una situazione che a gennaio 2011 - Jennifer nel frattempo ha preso la residenza in città grazie al sostegno di un benefattore 75enne - ha portato il Tribunale dei minori ad indirizzarla in una nuova comunità di Brescia. Fino all'ordinanza di gennaio.

Nel testo firmato dal giudice si spiega che, come emerso durante un'udienza di novembre, “la situazione era un punto morto, non avendo ancora la madre trovato un qualsiasi lavoro”. Quindi in più passaggi si sottolinea come Jennifer non sia una cattiva mamma (“nel rapporto con la figlia non emergevano condizioni di trascuratezza e si rilevavano discrete competenze nell'accudimento”, “sotto il profilo affettivo e della cura della figlia la donna non risulta inadeguata”). Ma si accusa la giovane di avere una “mentalità profondamente assistenzialistica”, spiegando che “tutti i tentativi di autonomizzare la B. fatti dal 2006 con inserimenti in strutture e in comunità erano fallite. E si aggiunge che l'amministrazione di Roncadelle “a fronte delle cospicue spese sostenute dal 2005 con inserimenti in strutture varie, buoni povertà e altro (…) dichiara l'assoluta indisponibilità e impossibilita a partire dal gennaio 2012 a garantire qualsiasi ulteriore intervento di supporto economico, all'autonomia personale e abitativa”.

Di qui la decisione del giudice di mantenere la piccola in comunità e allontanare la madre. Dando a Jennifer qualche mese di tempo per trovare una casa e un lavoro vero prima di valutare l'ipotesi dell'affidamento. “Non è giusto”, spiega Jennifer, “che mia figlia mi venga tolta soltanto perché sono in difficoltà economica. Nella mia condizione ci sono tante donne. Invece di strappare i bambini, bisognerebbe aiutarle a trovare un lavoro: non mandarle in comunità per qualche mese e poi abbandonarle a se stesse. Oltretutto”, incalza, “di questi tempi non è facile trovare un'occupazione.

Attualmente faccio qualche ora in un'impresa di pulizie e, con gli assegni, guadagno 500 euro scarsi al mese, che di certo non bastano a vivere e pagare un affitto. Inoltre ho un debito importante con l'asilo frequentato da mia figlia. Non è vero”, continua, “che non ho voglia di lavorare. Nella vita ho fatto di tutto: dalla lavapiatti all'aiuto-cuoco, dalla barista alla cameriera, dall'apprendista parrucchiera all'operaia. Sono pronta ad accettare qualsiasi lavoro onesto pur di salvare mia figlia”. Una “scappatoia”, a dire il vero, ci sarebbe. “Il mio ragazzo”, chiarisce, “è pronto anche a sposarmi se questo può aiutarmi ad evitare che la bimba venga data in affidamento. Ma”, continua, “non voglio che si senta obbligato a farlo. Vorrei soltanto un lavoro per mantenermi e per poter tornare con mia figlia, che vedo sempre più triste a causa del distacco. Spero”, conclude Jennifer, “che i servizi sociali o qualche benefattore possano aiutarmi”.

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