VENDITORI DI BAMBINI

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 Accade in Italia, grazie al falso riconoscimento del futuro padre

 FLAVIA AMABILE

La più decisa è Melita Cavallo, presidente del Tribunale dei Minori di Roma e una lunga carriera a occuparsi di bambini e giustizia. «Le vendite di bambini? Casi isolati, non un fenomeno diffuso come venti o trenta anni fa». In quegli anni era presidente del Tribunale dei Minori di Napoli e ricorda bene quello che accadeva. «A vendere i bambini negli anni Ottanta erano donne anche istruite e non in condizioni di disagio economico come accade ora», spiega. Ad essere cambiate negli anni successivi sono molte cose. «Innanzitutto le donne.

Ora è molto più difficile che si trovino in una condizione sociale e psicologica tale da arrivare a vendere i propri bambini. E poi è il risultato dell’attività investigativa decisamente ben organizzata». Il trucco, da anni, è sempre lo stesso. In gergo tecnico viene definito «riconoscimento non veridico». Una donna va a partorire in ospedale da sola. Al momento della registrazione all’anagrafe un uomo va a riconoscere il figlio, lo inserisce nel suo nucleo familiare e se lo porta anche a casa.

E nessuno può dirgli nulla perché ne è il legittimo padre. Dopo qualche tempo anche la moglie dell’uomo - diversa dalla donna che ha partorito - accoglie il bambino come se si trattasse di una scappatella perdonata. E il gioco è fatto.

 I casi emersi in questi ultimi anni si contano sulla punta delle dita ma questo non vuol dire che il fenomeno debba essere sottovalutato, spiega Barbara Forresi del Centro studi di Telefono Azzurro. «Nel 2007 sono state 270 le persone denunciate in Italia per tratta di minori. All’interno di questa tipologia rientrano molti tipi di sfruttamento: dall’accattonaggio al lavoro, fino alla vendita di organi ma anche i casi di vendita a coppie senza figli: E 270 denunce l’anno non sono poche, poichè si tratta solo della punta dell’iceberg. Il resto, quello che resta sommerso è la parte più consistente ma riuscire a quantificarla è impossibile perché i minori non ne parlano, un po’ perché sono sotto minaccia, un po’ perché non vogliono che si sappia, a volte perché essi stessi non lo sanno perché si tratta di episodi avvenuti quando erano troppo piccoli».

Nel 2008 l’organizzazione Save The Children ricordò nel suo rapporto due casi emersi. «Da ricerche e indagini giudiziarie come quella condotta dalla Squadra Mobile della Questura di Pordenone nel 2004 e che ha portato alla luce una compra-vendita illegale di neonati tra Bulgaria ed Italia, o la più recente operazione ‘Ladri di bambini’ grazie alla quale è stata bloccata la vendita, già pattuita, di una neonata di venti giorni ad una coppia italiana, a scopo di adozione illegale».

Nel caso dell’operazione ‘Ladri di bambini’ «le donne venivano a partorire in Italia e con il solito trucco del finto riconoscimento avveniva il passaggio legale», ricorda Raffaela Milano, responsabile dei Programmi Italia di Save The Children. «Per questo motivo - aggiunge - siamo convinti dell’importanza della residenza anagrafica dei bambini a livello internazionale. E’ l’unico modo per seguire il percorso e lo sviluppo dei bambini ed evitar eche si perdano nel nulla».

Per Roberta Lerici, capo Dipartimento Infanzia e famiglia dell’Idv e responsabile del Movimento Infanzia Lazio, «il fenomeno esiste ed è anche ben radicato. Basti ricordare quanti genitori si erano autodenunciati per aver acquistato un bambino all’epoca dell’inchiesta ‘Ladri di bambini’. C’è anche un altro aspetto di questo traffico meno noto e di cui anche in questo caso non esistono cifre, quello dei minori sottratti ingiustamente alle loro famiglie dai tribunali e affidati alle case-famiglia da cui poi vengono dati in affido ad altre coppie.

Pur essendo convinta che la gran parte degli operatori è attenta e svolge con grande professionalità il proprio lavoro c’è anche una certa quantità di loro che approfitta di genitori non abbienti o di basso livello culturale, in particolare quando ci sono dei bambini inferiori ai quattro anni. Anche su questo è necessario vigilare da parte della magistratura e degli operatori sociali».

18 GENNAIO 2011

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