Pedofilia, Alessandro Riva torna con una mostra in cui Cicciobello brucia

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Cicciobello brucia nella mostra del condannato per pedofilia

Note di Roberta Lerici

Nell'articolo che segue è riportata correttamente la vicenda giudiziaria del critico d'arte Alessandro Riva che, dopo il divieto impostogli dai giudici, pare sia tornato al lavoro usando uno pseudonimo.Non sappiamo, però, se nel frattempo quel divieto sia stato revocato.L'unica cosa che manca nell'articolo è il fatto che a Riva è stata sospesa anche la potestà genitoriale sulle sue due figlie, un fatto che non è mai stato commentato dall'interessato, nè da sua moglie-La mostra con l'installazione che comprende anche un Cicciobello che brucia è della fine di marzo- 

 Cicciobello brucia nella mostra del condannato per pedofilia

di Enrico Lagattolla  

Milano È arte contemporanea. Un’installazione. Il pupazzo di un pollo alto tre metri. Tra le mani, un televisore. Sul video, il filmato di un bambolotto in fiamme. Un neonato che brucia. Firmato dall’artista «Desiderio». Curatore della mostra, Alessandro Riva. Già condannato in primo e secondo grado per violenza sessuale su minori. Provocatorio? Più probabilmente, inopportuno. Incluso il fatto, a pensarci, che quell’opera - come del resto l’intera esposizione - abbia il patrocinio del Comune di Milano.

Per il quale, per altro, Riva aveva già lavorato. Quando lo arrestarono, nel giugno di tre anni fa, il critico d’arte disse che si trattava di un equivoco. Poi, a distanza di due anni, assicurò che «nel mio rapporto coi bambini peccavo solo di infantilismo», però «non li ho mai toccati». Una versione che non convinse i giudici. Così Riva, già braccio destro dell’allora assessore alla Cultura di Milano Vittorio Sgarbi, venne condannato. A nove anni in primo grado, e a sei e mezzo in secondo. Un’accusa odiosa. Violenza sessuale su minori. Da un po’ di tempo a questa parte, Riva è di nuovo al lavoro. Come artista, sotto lo pseudonimo di Felice Cardeña, e come curatore di mostre. Così, a Milano, torna a circolare il suo nome. In questi giorni, in occasione di «(Con)temporaryArt», un circuito di eventi sulla nuovelle vague della creatività, a cui Riva ha dato il suo contributo. La mostra, «Cross paintig», raccoglie opere di Alessandro Busci, Luca Conca, Desiderio, Daniele Girardi, Svitlana Grebenyuk, Cristiano Tassinari, Andrea Zucchi.

C’è un po’ di tutto. Incluso quel pollo, e quella bambola tipo Cicciobello che brucia. Ovvio che il curatore - sul quale ancora non si è ancora pronunciata la Corte di Cassazione - cerchi di riprendersi la propria vita dopo due sentenze che lo accusano di essere un pedofilo. Ma il confine tra la sfida dell’artista e l’opportunità di mettere in scena i fantasmi della propria storia rischia di essere superato. Anche perché in quella storia, oltre al presunto carnefice, ci sono anche le vittime. E in questo caso sarebbero cinque bambine di 10 anni.

Secondo le indagini del pubblico ministero Laura Amato e della sezione reati contro i minori della squadra Mobile di Milano, Riva sarebbe stato responsabile di abusi sessuali - quindi di palpeggiamenti e sfregamenti, escludendo violenze più profonde - sul alcune compagne di classe della figlia che tra il 2002 e il 2007 avevano frequentato la casa del critico d’arte per feste e pomeriggi di gioco. Quelle stesse bambine, sentite dalla polizia in un ambiente protetto e alla presenza di psicologi, hanno raccontato dei presunti abusi. Insomma, Riva avrebbe approfittato del suo ruolo di adulto e della possibilità di restare solo con loro, senza destare sospetti. «Nel mio rapporto coi bambini - disse il critico d’arte in occasione della sentenza di primo grado - peccavo solo di infantilismo.

Questa invece è una condanna frutto di una clima allucinante, perché io non li ho mai toccati». «Avremo modo - aveva aggiunto il suo legale - di chiarire e dimostrare che la realtà dei fatti è completamente diversa rispetto a quella ipotizzata dagli inquirenti». Per ora non è andata così. Sarà la suprema Corte a mettere la parola fine sull’intera vicenda. Intanto, Cicciobello brucia.

il giornale 24 marzo 2010