Terremoto Abruzzo, le C.A.S.E: Brutte e costruite male?

 

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Il disastro del piano c.a.s.e, in questa lettera di Samanta Di Persio, tratta dal blog terremoto09.wordpress.com

“Ho aspettato otto mesi e mezzo. Non in silenzio, le prepotenze non mi sono mai piaciute fin da piccola. Ho scritto un libro “Ju tarramutu”, la vera storia del terremoto in Abruzzo. Non è vera perché la racconto io, ma i cittadini aquilani. Sei mesi di sciame sismico. Un territorio fortemente a rischio. Sei mesi per fare. Sei mesi per non fare niente. Non una prova di evacuazione, non una preparazione (quanto meno cosa sarebbe servito in caso di terremoto, coperte, torce, ecc). La notte alle 3.32 tutti fuori, così come eravamo nel letto: scalzi, in pigiama, con quello che capitava per le mani. E poi? Una marea di gente. Volontari per noi. L’assistenzialismo. Mentre in altre sedi si decideva del nostro futuro. Ho atteso più di otto mesi. Aspettavo con ansia quel tetto promesso.

La promessa di tornare ad una vita, non uguale perché il cuore non dimentica, ma ad una vita. Sacrificio nella tenda. Io avevo la cistite. Che strazio alzarmi la notte, due, tre, quattro volte. Alla fine non ce l’ho fatta più. Quando potevo me ne andavo da mio nonno 80km da L’Aquila. Quando il sabato o la domenica potevo fare una doccia calda, mi sembrava una delle cose più belle. Provavo emozione, per una semplice e normale azione. Poi mi sono fatta coraggio ed ho deciso di tornare a casa mia. Sì, quella che tutto sommato il 6 aprile mi ha salvata la vita, anche se ormai è inagibile (toccherà pagarla e non poterne disporre). È stato tremendo distendersi sul letto dove sono stata svegliata dal terremoto,dal suo rumore, dal suo scuotimento. Ma volevo vincere. Altrimenti avrei lasciato L’Aquila, e forse non volevo questo. In attesa per quell’alloggio. Nell’attesa accade ciò che sentivo. Vado a sbattere con la macchina. Accade quando viaggi tutti i giorni, di notte, di mattina, quando la protezione civile non è stata in grado di darti soluzioni: “Siete automuniti, potete viaggiare”. Con la differenza che il mio viaggio non me lo rimborsa nessuno. Poi, ci siamo il piano c.a.s.e., le new town. Pensavo che con 700 milioni di euro ci fosse il deturpamento del paesaggio con case permanenti, ma appunto case. Invece mi ritrovo una palafitta in cemento. Senza balcone, senza una finestra nel bagno, per ora senza ascensore con una scala esterna in ferro simpatica da scendere con il ghiaccio, senza spazi per poter vivere come prima. Senza parcheggio, perché da quello che dovrebbe esserlo cola cemento, molte macchine sono state danneggiate. Io sono lì all’ultimo piano sperando che non piova acqua, come nella new town di Roio. Comincio a contare i giorni, nella speranza che si avvicini la data per poter tornare in casa mia. Quella che pagavo, quella che avevo scelto in base alle mia disponibilità economica e in base allo stile di vita, senza chiedere niente a nessuno. Perché nessuno chiede niente di più, semplicemente ciò che avevo. Samanta Di Persio”

20 dicembre 2009-www.bambinicoraggiosi.com