"Chi L'ha visto" 7 dicembre, Mamma in fuga con suo figlio:perchè Manuela e "Leone" vanno sostenuti

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Guarda il video della puntata di "Chi L'ha visto"

di Roberta Lerici

La tragedia di questa mamma è stata raccontata molto bene nella puntata di Chi L'ha visto, dove vediamo Manuela,in fuga con suo figlio, visibilmente provata da questa storia incredibile,in cui la separazione dal marito non c'entra davvero nulla con il dramma che le è capitato.Quando è rimasta incinta,infatti, lei e il marito erano già separati di fatto.Per questo trovo senza fondamento l'appellarsi,da parte del marito,a patologie come la sindrome da alienazione genitoriale (PAS),quella,cioè,in cui uno dei coniugi comincia a parlare male dell'altro al figlio, in modo da allontanarlo da lui.Tutto ciò è assente in questa storia, dove,anzi,la mamma ha fatto di tutto perchè suo figlio avesse un buon rapporto con suo padre.Quello che è accaduto fra il bambino e il padre, però, deve essere stato davvero traumatizzante,se a un certo punto è stato il piccolo stesso a rifiutare di vedere il padre, a mostrare una vera e propria fobia per le fotografie, ad avere comportamenti ipersessualizzati dall'età di cinque anni, (ora ne ha otto) e a raccontare di abusi che avrebbe subito dal padre quando è rimasto da solo con lui durante le visite concordate.

E' il bambino ad essere in cura da due anni dal professor Cancrini, per i disturbi che ha. E se i suoi racconti non sono stati creduti dal giudice che ha assolto il padre dall'accusa di abusi sessuali,nonostante una perizia del professor Cancrini, l'assoluzione non lo ha guarito,nè gli ha impedito di ripetere le stesse accuse nei confronti del padre nell'udienza del 20 novembre 2009, quella in cui il giudice, poi ritiratosi, lo ha costretto ad incontrare suo padre, nonostante le urla disperate del bambino e ne ha disposto poi il rientro in casa famiglia con il divieto di vedere la madre.

 

L'errore di fondo, in tutta questa storia, è non aver mai creduto a un bambino che era da sempre affidato alla sola madre, in quanto il padre non se ne era mai interessato, nè,a quanto si legge nei vari comunicati, aveva mai versato gli alimenti. Come mai tanto interesse nei confronti del figlio, solo dopo le accuse di abusi? Nonè era stata la madre a pensare agli abusi, ma gli specialisti a cui lo aveva fatto visitare a causa del cambiamento improvviso di carattere, della regressione, e degli strani comportamenti di un bambino che era sempre stato normalissimo.

Il padre dice nell'intervista che è il bambino a dover scegliere, e il bambino ha già scelto:vuole stare con la madre, è cresciuto con sua madre, la ama, ed è l'unica persona di cui lui si fidi. Il piccolo ha chiesto di raccontare al giudice quanto ha subito dal padre, e lo ha fatto.Ma prima lo aveva raccontato ai vari periti, agli assistenti sociali, a tutti.Come mai nessuno lo ha creduto? Come mai tanta cieca ostinazione da parte delle istituzioni che dovrebbero proteggere e salvaguardare i minori? Aiutiamo questa mamma diffondendo il video di Chi l'ha visto, e magari scrivendo alla trasmissione le nostre impressioni.Uno dei difensori della mamma è il presidente del Movimento per l'Infanzia, Girolamo Andrea Coffari; come sapete anch'io faccio parte del Movimento come responsabile del Lazio, e mi sento molto vicina a questa mamma, a cui la giustizia dovrebbe riparare i tanti torti che ha fatto.

Di seguito un articolo di Marida Lombardo Pjola, che ha incontrato mamma e figlio nascosti da qualche parte, in attesa...

 «Non sono mica un pacco, voglio stare con mamma»
Un pomeriggio con Leo, 8 anni, il bimbo “nascosto”

Venerdì 04 Dicembre 2009 di MARIDA LOMBARDO PIJOLA

ROMA - Sogni, progetti, futuro, niente più. E gli occhi di Leo che la guardano con l’aspettativa integrale dei bambini, e quel ditino che lui le punta addosso: «Non è che mi consegni, mamma? Restiamo sempre insieme, vero? Giura!». Leone, otto anni, è convinto che l’uomo nero sia alle porte, per portarlo via. Un po’ ha paura, «però non tantissimo: mi salva la mia mamma». E’ questo il mestiere delle mamme, no? Perciò nascondersi ancora, come ladri. Due settimane. La vita sospesa. Niente scuola. Soldi finiti. «Poveri ma insieme», ride Leo. Quanto può durare? E’ disperata, Manuela, ma sorride, dissimula, annuisce.

Al parco, per vedere un’amica, i due uggiaschi braccati dopo un decreto che dispone il collocamento di Leo in casa famiglia senza rapporti con la madre, (effetto di una feroce contesa col padre americano), divagano nell’ordinario gioco delle parti. Fammi giocare a biliardino, (ora vediamo), e giurami che a casa mi lasci al Nintendo (prima i compiti), e
voglio i biscotti, il succo, la pizzetta, (non esagerare, ti fa male), e guarda il cane, se avremo una casa me lo prendi?
Due sguardi simmetrici si frugano, le labbra virano in un sorriso
speculare. Sogni. Sintonie. Una casa, «io e mamma e basta - spiega Leo
all’amica - e non c’entrano mio padre, gli assistenti sociali, i
giudici, i carabinieri, e tutti quelli che promettono e poi non fanno
niente, e vogliono farmi vedere “quello” anche se io piango fortissimo,
e gli racconto le cose che mi ha fatto non mi credono, e dicono che era
un brutto sogno. A me mi hanno stufato tutti, sai? Io voglio vivere normale con mia mamma, che vado a scuola mia, e vedo gli amici, e sto tranquillo, e nessuno mi prende per portarmi via. Io non sono un pacco». Un torrente. Radioso. Sorriso permanente. Il cronista lo guarda senza mai parlargli, è troppo piccolo per le interviste, e poi manca il permesso del tutore. Eccoli qua, i fuggiaschi, due gocce d’acqua, il sole che fa sbrilluccicare due chiome ricciolute d’oro e quattro pupille di cristallo, chiare come le idee di Leo: «Hanno scritto “rapito”, ma che sono matti? Questa qui è la mia mamma. Le ho chiesto di salvarmi, sennò mi portavano via. Un po’ severa, mia mamma, però neanche tanto.

 

 Adesso,
per esempio, non mi vuol prendere “Star Wars” per via dei pugni, anche
se è della Lego, figurati. Però mi fa un sacco di coccole. Sai che le
coccole, se te le danno da piccolo, poi da grande le ridai?». Infatti:
le salta sulle ginocchia, le braccia attorno al collo, le sussurra
qualcosa, ride, corre via. Sembra sereno, miracolato da un’energia
interiore che seleziona i dati, scartando il terrore come un brutto
gioco inventato dai cattivi.
Chissà cos’ha capito, Leo, dell’incubo
che intrappola la sua vita da quattro anni. Accusa il suo papà di abusi
sessuali. Lui accusa la madre di manipolarlo. Nel dubbio, a entrambi
viene sospesa la patria potestà. Leo in casa famiglia. Periti e
magistrati divisi sulla sua attendibilità. Infine il padre prosciolto,
il bimbo dai nonni materni. Incontri protetti con suo padre. Lui lo
respinge, urlando. Attraverso la sua psicologa, chiede con un disegnino
di vedere i magistrati, per spiegare perché non vuol vederlo. Quando se
lo trova davanti a sorpresa in un’aula di Tribunale, viene travolto dal
pianto dalla rabbia dal terrore. I magistrati dispongono che interrompa
ogni rapporto con sua madre: sospettano che sia lei a condizionarlo. E
allora casa famiglia, nuovamente. «C’è stato cinque mesi. Com’era
ridotto...». Leo la interrompe: «Zitta, racconto io». Guarda l’amica di
famiglia: «Sai che non mi facevano andare alle feste di scuola mia, e
neanche più Aikido? Poi c’erano dei ragazzi grandi che mi davano i
pugni e i calci e uno mi diceva ti apro col coltello, e mi hanno chiuso
in una fogna che io urlavo e piangevo e per scappare mi sono tutto
graffiato. E poi certe altre cose brutte..insomma..Ma tanto mia mamma
non mi ci fa andare questa volta. Vero?». Lei lotta con le lacrime,
guardando il cielo. «Abbiamo aspettato per tre giorni che venissero a
prenderlo. Mi sono presentata due volte dai carabinieri. Ho detto
prendetelo, se è giusto, eccolo qui. Mi hanno detto di tornarmene a
casa. Intanto Leo era atterrito, non mangiava, piangeva, si chiudeva a
chiave, mi implorava portami via, scappiamo». E infine lei lo ha fatto.
E ora si aggira come una nomade tra mille posti, mille dubbi, mille
paure. «Non pensa che sarebbe giusto consegnarlo?». «Come faccio, ne
morirebbe, si sentirebbe tradito anche da me».
Un bimbo
strattonato tra sua madre e la legge. Luigi Cancrini, neuropsichiatra,
direttore del Centro aiuto al bimbo maltrattato del Comune, che ha in
cura Leo da due anni, è allarmatissimo. «Ha con sua madre un rapporto
profondissimo, strapparlo a lei con un provvedimento così brutale lo
distruggerebbe. Ho appena espresso tutta la mia preoccupazione in una
lettera al presidente del Tribunale per i Minori». Leo è sull’orlo di
un baratro. Bisogna ricucire la trama slabbrata del suo sistema di
certezze, della sua fiducia negli adulti. «Ora mi fido di mamma e dei
miei amici. Gaia no. Mi ha detto che con me non ci gioca perché non ho
un papà. Ho detto che mia mamma vale per due. Per cento. Non come gli
altri grandi, che vogliono separare i bambini dalle madri. Sembrano
scemi, certe volte». Incrocia lo sguardo di sua madre. «Va beeene,
scemi no.
Cretini. Ok?».

il messaggero 4 dicembre 2009