Scuola. Aumentano i disabili, dimezzate le ore di sostegno e pioggia di ricorsi

di Alessandro Bongarzone  La ministra Gelmini non vede i diversamente abili e, allora, le scuole si organizzano per come possono tornando alle differenziali mentre genitori e associazioni ricorrono (vincendo) ai Tribunali ROMA - è la faccia più oscura e dolorosa della scuola senza “fondi” realizzata dalla riforma Gelmini-Tremonti, quella che aggiunge al dolore la vessazione della negazione dei diritti. Una scuola in cui c’è più nessuno che accompagni al bagno il piccolo con disabilità fisiche; in cui le ore di sostegno sono state dimezzate e dove l’accesso allo studio, di fatto, per i disabili è negato. Si tratta di quei ragazzi che avevano nella scuola il loro (quasi) unico elemento d’integrazione sociale ma, anche, di genitori che, al di la della formazione-istruzione vera e propria, contavano sull’istituzione per costruire “abilità”, anche parziali, che sostenessero i loro figli per il cosiddetto: “dopo di noi”. Nella scuola della Gelmini, per queste speranze non c’è più posto e, nonostante le solenni dichiarazioni di marzo (“nessuna classe che accoglie alunni disabili sarà costituita da più di 20 alunni e non sarà diminuito il numero degli insegnanti di sostegno”), la situazione a tutt’oggi è diventata esplosiva. Infatti, a fronte di un aumento di circa 4 mila alunni con disabilità (94 mila complessivi in tutt’italia, erano poco più di 90 mila lo scorso anno) gli insegnanti di sostegno sono diminuiti di 500 unità (erano 175.778 lo scorso anno) andando a aggravare, così, una situazione già non particolarmente splendida. Gli studenti restano, perciò, spesso senza sorveglianza e sostegno e sono aumentate, invece, le classi con concentrazioni di disabili superiore a quanto previsto dalla precedente normativa che, badate bene, non è stata modificata, semplicemente è stato fatto sparire il numero massimo di due per classi con 20 alunni. In più, non bastasse questo, le ore di sostegno sono state ridotte, in alcuni casi anche della metà passando. Accade, perciò, che spesso - lo denuncia una mamma di Verona con un bimbo di 4 anni, cieco e con una grave tetraparesi - con la scusa di proteggerlo “mio figlio venga portato in una classe a parte, lui da solo, senza gli altri bambini”. Alla faccia dell’integrazione! Insomma, tagli (alle ore e al personale) più regolamento, quanto meno, “ambiguo”, hanno gettato nella “disperazione” i dirigenti scolastici che, lasciati soli a districare quest’impietosa questione, l’hanno risolta - come al solito - all’italiana: aggirando le norme, meglio, aggiustandole alla bisogna, di volta in volta. Accade, così, ad esempio, che in Sardegna - in uno degli istituti superiori da sempre all’avanguardia sui temi dell’integrazione,  il “Colli Vignarelli” di Sanluri - per risolvere il problema del dimezzamento delle ore di sostegno, oggi c’è una prima superiore con addirittura sei ragazzi con seri handicap riuniti tutti insieme, mentre “per il buon andamento della classe, per il successo sia loro che dei ragazzi normodotati -  afferma uno dei docenti - non dovrebbero essere più di due”.  Ma, ancora, a Velletri ben cinque alunni con disabilità sono finiti insieme in una classe di trenta adolescenti. A Cagliari, cinque ragazzi svantaggiati siedono negli ultimi banchi “isolati” da oltre venti compagni. A Vercelli sette disabili su 23 alunni. Il risultato è una pioggia di ricorsi che si è abbattuta sui tribunali amministrativi regionali di tutta Italia, da parte di famiglie che chiedono, e spesso ottengono, che per i loro figli, vengano ripristinate le ore di lezione legittime e i giusti sostegni per garantire ai propri figli il diritto allo studio. Anche questa è l’altra faccia, purtroppo nota, della raffazzonata “riformicchia” di Mariastella: per qualche euro di risparmio nella scuola, c’è un aggravio di contenzioso e di costi nella giustizia. Per questo motivo ci uniamo ad “Avvenire”, il quotidiano dei vescovi italiani, che - lo scorso 12 novembre, con un editoriale di Marina Corradi - invitava la ministra a starsene a casa per “godersi il tempo più bello” del puerperio e della maternità. Se non vuole proprio farlo per la sua schiatta lo faccia, almeno, per la nostra. VIA DAZEBAO.ORG