Tredicenne si lancia dalla finestra della scuola:E' in coma, la disperazione della mamma

 http://www.cimeetrincee.it/lagoscuro%20castellaccio%20-%20passerella%20nel%20vuoto%2072mt.jpg

Note di R.Lerici: Colpiscono in questa tragedia, le parole della preside, una suora, che immediatamente addossa le responsabilità alla famiglia del ragazzino.In realtà la sua è una famiglia normalissima, e nessuno sa spiegarsi questo gesto improvviso.Ma la domanda da farsi, sempre, è se la società adulta sia in grado di comprendere i ragazzini di oggi, soprattutto nella fase pre-adolescenziale.Ricevono stimoli e vivono esperienze lontane anni luce da quelle vissute dai loro insegnanti e dai loro genitori.Tra gli adulti e i tredicenni di oggi, c'è di mezzo un cambiamento epocale della società.Non ho statistiche in merito, ma nell'ultimo anno ci sono stati diversi suicidi o i tentati suicidi, proprio in questa fascia di età, e penso che sarebbe il caso di approfondire le cause di questo disagio e prendere misure adeguate sia a scuola che nelle famiglie. Il tema è complesso e merita uno spazio a parte, ma intanto domandiamoci se davvero conosciamo i nostri figli, al di là dell'apparente serenità che ci mostrano.

E' in coma, in pericolo di vita all'ospedale Maggiore. Suor Stefania Vitali: "I disagi che si creano in famiglia si ripercuotono sui giovani". Ma chi lo conosce: "Se penso a qualcuno sereno, mi viene in mente il suo viso" Voleva morire a 13 anni. Per un rimprovero. A scuola. Antonio, lo ha fatto ieri mattina mentre i compagni facevano ricreazione, con un gesto eclatante che suona come una ribellione, se non un atto d´accusa: s´è buttato dalla finestra dello studio della preside nella scuola cattolica Maestre Pie di via Montello. Un volo di dieci metri senza un grido, il tonfo nel campetto da basket sul retro, l´orrore, i pianti dei compagni affacciati alle aule. E´ in coma al Maggiore, dovranno passare almeno 72 ore per sapere se ce la farà. Un rimprovero degli insegnanti per una questione che pare banale: "Antonio", seconda media, bocciato l´anno passato, risultati così così ma secondo la scuola «un ragazzino senza problemi particolari», ieri mattina alle 8, prima di andare a lezione, è stato visto all´esterno da una professoressa di un´altra classe. Era con un compagno dello scorso anno. Qualcuno, forse lui stesso, aveva un pacchetto di sigarette.

Tanto basta. Prima dell´intervallo, verso le 10, il ragazzo e l´amico vengono accompagnati dall´insegnante nell´ufficio della preside, suor Stefania Vitali, al secondo piano. «Signora, qui fa caldo», dice il giovane al capo d´istituto. Forse i due ragazzi si rimpallano la responsabilità per le sigarette. Ma niente strepiti, e la preside, che ancora non ha avuto modo di ascoltarli, consegna loro un libro per passare il tempo, ma fa capire che potrebbero esserci conseguenze. Qualche istante dopo, l´insegnante fa di nuovo capolino sull´uscio, "Antonio" afferra una seggiola, la mette sotto la finestra aperta e s´arrampica sul davanzale. La preside cerca di afferrarlo, lui mormora qualche parola, ma lei non può fare di più. Pianti, grida, la polizia, il dramma che irrompe nella scuola. All´una e mezza, suor Pia Faitanini, madre superiora, nulla dice dell´antefatto e parla del disagio familiare e della società. «Nel mondo di oggi, purtroppo, il disagio che c´è nelle famiglie si ripercuote per primo sui giovani. E queste sono le conseguenze. Forse il ragazzo lo ha fatto a scuola perché era lontano dalla famiglia». Come a dire: il male è fuori da qui, e tocca a noi proteggere questi giovani dal disagio. Passano ore, mentre il pm Giuseppe Di Giorgio nel pomeriggio già ascolta la preside, la professoressa e l´amico del ragazzo in Procura. Con tutta probabilità stamattina aprirà un fascicolo contro ignoti, per istigazione al suicidio, lesioni gravissime e omesso controllo. Nel pomeriggio, dai cancelli sbarrati delle Maestre Pie filtra una verità che ricalca l´esito delle indagini. Gli agenti spulciano nel diario del ragazzo e nell´astuccio, portano via i suoi due zainetti e il giubbotto nero, ma non trovano parole o messaggi che facciano riferimento a situazioni di sofferenza a scuola o in famiglia. Nessuna frase sul bullismo, fenomeno che in una scuola come questa pare lontano anni luce. Famiglia "mista", un fratello più grande, molti amici. Nessun problema apparente. E così, il gesto eclatante di questo ragazzo pare senza spiegazioni. «L´ho visto stamattina - dicono al Caffè Break, dall´altra parte di via Sabotino - Coi suoi buffi capelli tinti di verde. Scherzava coi compagni come sempre. Se devo pensare a una persona senza problemi, vedo il suo viso». (la repubblica 06 novembre 2009) La veglia disperata della madre "Assurdo, non capisco perché l'ha fatto" Il marito è in Germania, sta cercando un volo per rientrare. Davanti alla porta di Rianimazione anche la nonna e alcuni amici di Alessandro Cori Stringe la borsa al petto, con forza, come se volesse abbracciare suo figlio e fargli sentire che lei è lì, insieme a lui, ad aspettare che apra gli occhi. Parla con un filo di voce, senza smettere mai di piangere. «Non capisco perché si è buttato giù, non ha senso. L´anno scorso è stato bocciato, forse non voleva deluderci un´altra volta, ma è tutto così assurdo». Un poliziotto, davanti alla Rianimazione, cerca di spiegarle come sono andate le cose e trovare un senso sul perché un ragazzino di 13 anni sia arrivato a lanciarsi nel vuoto, da una finestra della scuola. Lei ascolta, prova a calmarsi, ma ora è impossibile capire. Una professoressa aveva sorpreso il giovane con delle sigarette, pare sia partito tutto da qui. «Cosa? Che c´entrano le sigarette? Solo questo - dice la mamma del ragazzino - non è possibile. Non voglio crederci». Il suo viso si riempie ancora di lacrime. «Devo chiamare mio marito, non riesce ad arrivare, è lontano, per lavoro». Il papà del ragazzino è in Germania, non trova voli per tornare, pare non arriverà prima di oggi. Questa mattina la scuola ha chiamato lei per dirle ciò che una madre non vorrebbe mai sentire. Ha raggiunto da sola l´ospedale, non sapeva nemmeno bene dove andare. Poi a farle forza è arrivata un´amica, la madre di un compagno di classe del figlio. «Quando l´ho detto a mio marito, sembrava impazzito, voleva venire in macchina ma in quelle condizioni chissà come avrebbe guidato». Il ragazzino è in coma, in gravissime condizioni, verso le due riesce a vederlo per la prima volta, poi i medici lo portano via per fargli la seconda Tac. Dopo mezz´ora torna di nuovo in Rianimazione. La polizia chiede alla signora se a casa oppure a scuola ci sono problemi. Sul diario del ragazzo gli agenti hanno trovato una nota presa giorni prima e poi una frase che li ha insospettiti: «Meno bullismo, più felicità». Può essere uno sfogo, una richiesta d´aiuto. Magari qualche compagno lo ha preso di mira ultimamente. A casa, nella sua stanza, potrebbe esserci altro. Un foglio o un quaderno da cui tirare fuori qualcosa di utile per le indagini. «Che io sappia non c´erano problemi - spiega la mamma del tredicenne - ha scritto quella frase perché gli insegnanti avevano dato agli alunni il compito di inventare degli slogan contro il bullismo. E´ così. Se volete andate a vedere, queste sono le chiavi, io non mi muovo da qui». Gli agenti non provano nemmeno ad insistere e vanno via senza di lei. Arrivano altri amici. Anche la nonna del giovane, che rimane seduta, immobile, fino a sera, senza dire una parola. «E´ un ragazzo normalissimo, tranquillo - racconta l´amica della madre - lui e mio figlio hanno fatto elementari e medie insieme. Sono giovani che magari fanno fatica ad andare a scuola, ma sono sempre educati, con tutti». La porta del reparto di Rianimazione è sempre chiusa. Per entrare bisogna suonare il citofono e la mamma è sempre lì davanti. Lo sguardo perso nel vuoto. Non vuole allontanarsi nemmeno per un istante. Riesce ad entrare un paio di volte, vede suo figlio, ma non ci sono mai novità. «E´ difficile - dice singhiozzando quando esce - ho paura, come si fa ad aspettare?». Quando è sera riescono a convincerla a scendere pochi minuti per mangiare una cosa al bar. Poi un attimo sulla rampa dell´ospedale, il tempo di una sigaretta. «Vedrai che andrà tutto bene» le dice un amico. Lei lo guarda, non risponde. Vuole solo tornare dentro.
(la repubblica 06 novembre 2009)
Articoli correlati: