Lettera al ministro Gelmini: "Io, bambina Down rivoglio la mia maestra"

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di FABIO POLETTI

MILANO. Mi chiamo Miriam. Sono una bambina di otto anni anzi quasi nove. Non avrei mai pensato di trovarmi un giorno, così presto, a dover difendere il mio diritto ad avere una maestra, come tutti gli altri». Miriam C. è una bambina bionda come tante. Va in bicicletta anche se con le rotelle. Quando può va in montagna a sciare con il suo papà. Abita a Sovere in provincia di Bergamo, vicino al lago di Iseo. Quest’anno frequenta la terza elementare alla scuola «Suor Giacinta Zanutti» di via Cavour, nel suo paese. Dovrebbe essere in quarta. Un anno l’ha perso stando in ospedale per una brutta malformazione cardiaca, congenita come la sindrome di Down di cui è affetta.

«Sì avete capito bene. Faccio parte di quelli chiamati disabili o diversamente abili. E io invece chiamerei tutti ugualmenti diversi», scrive in una lunga mail che ha preparato insieme a suo padre Luca, fisioterapista e genitore affettuoso, alle prese con una burocrazia che nessuno può capire, nessuno sa spiegare. Figuriamoci a Miriam che si sente una bambina come tutte le altre anche se ha bisogno di un piccolo aiuto a scuola per non sentirsi diversa dalle altre. Un aiuto che nella scuola al tempo della crisi, le hanno tolto perchè bisogna risparmiare.

Dopo aver scritto al direttore scolastico, al Provveditore di Bergamo e a qualche giornale, Miriam adesso scrive al ministro della Pubblica Istruzione Mariastella Gelmini. «Io quest’anno sarò in classe con tutte le mie compagne e le mie maestre. Io poi ne ho due un po’ speciali che gli altri bambini non hanno. A causa della mia sindrome sono un po’ più lenta nel fare le cose. Perciò ho bisogno di essere aiutata così posso fare tutto con i miei compagni e come i miei compagni. Quest’anno però c’è un problema. A causa della “riforma Gelmini” la compresenza nella mia classe è sparita. Ed io su 29 ore di scuola ne ho ben 8 senza la mia maestra. Io non sto chiedendo un favore. Voglio la mia maestra. Non voglio altro».

Non è un capriccio, quello di Miriam. Sarebbe pure un suo diritto. Oltre che un aiuto terapeutico. La neuropsichiatra che la assiste da anni ha chiesto di alzare di almeno cinque ore il tempo delle maestre di sostegno che devono occuparsi di Miriam. Il padre della bambina è andato a bussare alla Direzione didattica. E poi al provveditorato. Luca C. dice di aver ricevuto risposte poco intelligenti, nessuna utile a Miriam: «Il funzionario della Comunità montana ha detto che siamo fortunati ad avere quello che già abbiamo. Il Provveditore ha confermato che gli insegnanti sono finiti e per quest’anno va così». Il padre di Miriam si è anche offerto di pagare di tasca sua le ore che mancano degli insegnanti di sostegno. Sarebbe un sacrificio, con il suo stipendio da fisioterapista, lo stipendio della moglie maestra e altri due figli da mantenere. Dalla scuola gli hanno detto che non si può. Che la legge non lo prevede. Fatta la legge l’unica ad essere ingannata è Miriam: «E’ come chiamare i carabinieri e ti dicono che sono finiti. O andare all’ospedale perchè hai due gambe rotte e te ne aggiustano solo una perchè hai finito i soldi. O che i vigili del fuoco arriveranno l’anno prossimo. Ma io non posso aspettare. Io devo andare a scuola quest’anno. Il ministro Gelmini venga nella mia scuola».

 

 15/9/2009 -La Stampa