L'Aquila, tensioni per "fogli di via" agli sfollati: "Se vado Ovindoli non lavoro più"

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LLa consegna dei "fogli di via" agli sfollati che dovranno trasferirsi in altri paesi ha suscitato le proteste. "Vogliono che vada ad Ovindoli, così non lavoro più"
L'Aquila, tensione nella tendopoli "Ci mandano troppo lontano"

di GIUSEPPE CAPORALE
L'AQUILA - E' il giorno dei "fogli di via" alla tendopoli di piazza D'Armi, il più grande centro d'accoglienza nato dopo il sisma del 6 aprile. L'accampamento della Protezione Civile, da giorni, è in via di smantellamento, e la gran parte degli "ospiti" (quasi mille) è già stata trasferita. E oggi, qui è tornata la tensione. Tensione tra gli ultimi cinquanta nuclei familiari rimasti e polizia, carabinieri e guardia di finanza che sono entrati per consegnare - tenda per tenda - i fogli di notifica con l'intestazione della Questura dell'Aquila che invitano gli sfollati a lasciare il campo e raggiungere le destinazioni, tutte in provincia dell'Aquila, a cui sono stati assegnati.

Destinazioni che non tutti però si dicono disposti ad accettare in quanto si tratta di alberghi nell'area peligna e nella Marsica, Ovindoli e Sulmona le destinazioni più indicate, che si troverebbero - secondo le persone rimaste a piazza d'Armi - distanti rispetto al posto di lavoro. In seguito alle tensioni, la Protezione Civile ha vietato l'accesso al campo ai giornalisti.

Mentre continuano le operazioni di notifica delle nuove destinazioni ai residenti del campo (tra cui molti anziani) aumentano le proteste per le scelte logistiche. "Avevo chiesto - ha spiegato Gabriele Speranza, imbianchino - la possibilità di non essere trasferito ad Assergi per la distanza con il posto di lavoro e invece mi hanno spedito a Ovindoli. Cosa che renderà impossibile lavorare, per me e per mia moglie, che lavora in una farmacia presso l'ospedale dell'Aquila. E' questo il premio - ha aggiunto - per una donna che è stata tra le poche il 6 aprile a presentarsi sul posto di lavoro".

Speranza, padre di due figlie, ha riferito di non aver sottoscritto il documento di notifica. Chiedono invece maggiore attenzioni da parte delle istituzioni gli sfollati ospiti dell'Europa Park Hotel di Sulmona che denuncia che dal mese di aprile "sono stati lasciati senza un aiuto, da soli e con i loro problemi". Sono circa settanta persone che - dicono "vanno avanti alla giornata senza programmazione e senza sapere fino a quando dovranno vivere una situazione che, per loro, sta diventando sempre più pesante".

"Nessuno in questi mesi si è degnato di farci visita per vedere in che condizioni stiamo", si lamenta il gruppo dei sulmonesi, "il sindaco non è mai venuto e tantomeno l'assessore di riferimento, evidentemente troppo impegnati nella loro attività politica, si sono dimenticati che 40 loro concittadini da cinque mesi aspettano di conoscere il loro destino e soprattutto quando potranno rientrare nella loro casa per ricominciare a vivere una vita normale".

Assieme ai 40 sulmonesi sono ospiti dell'hotel 20 aquilani che da stasera diventeranno 40, e altre famiglie provenienti da Raiano (L'Aquila) e Bussi sul Tirino (Pescara). Con la riapertura delle scuole alle porte i problemi diventeranno ancora di più, visto che tra gli sfollati ci sono, al momento, 15 bambini che tutte le mattine dovranno andare a scuola. Anche il gestore dell'hotel non è particolarmente contento, soprattutto con gli amministratori sulmonesi che non hanno mai versato un euro per pagare il costo dell'albergo per gli sfollati residenti nel capoluogo peligno.

"Stiamo andando avanti con grandi difficoltà, cercando di non farle ricadere su chi sta già soffrendo una situazione particolarmente difficile - spiega Luigi Monti - ma non possiamo non evidenziare che mentre i comuni di Bussi e Raiano stanno rispettando regolarmente i loro impegni, così come la protezione civile per gli sfollati aquilani, il Comune di Sulmona si è dimenticato che dal mese di aprile 40 persone hanno bisogno di assistenza e cibo tutti i giorni. Costi e problemi che fino ad oggi sono ricaduti esclusivamente sulle nostre spalle"

(la repubblica 8 settembre 2009)