Confermata la condanna alla madre che non salvò le figlie dagli abusi paterni

CASSAZIONE SENTENZA 4730


La Suprema Corte ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di una geriatra di Imola: ha ritenuto insufficienti gli "accorgimenti" adottati nel tentativo di salvare le figlie dagli abusi


Bologna, 1 febbraio 2008  - Non tutelò la "moralità sessuale" delle figlie minorenni che subivano abusi dal padre. Così la Cassazione, avendo ritenuto insufficienti gli "accorgimenti" adottati nel tentativo di salvare le figlie dalla violenza paterna, ha confermato la condanna a sei anni di reclusione per violenza sessuale nei confronti di una geriatra di Imola, Vanda B.

In particolare, la Terza sezione penale ha ricordato che "il genitore esercente la potestà sui figli minori, in quanto investito di una posizione di garanzia sulla integrità psico-fisica degli stessi", ha "l'obbligo di tutelare la vita, l'incolumità e la moralità sessuale dei minori contro altrui aggressioni, anche endofamiliari, adottando pure le misure più drastiche in vista del raggiungimento di tale scopo".

La Suprema Corte, facendo propria la decisione della Corte d'appello di Bologna, marzo 2007, ha condiviso il fatto che "la donna, medico ospedaliero, persona colta e agiata, non avrebbe incontrato difficoltà, se solo lo avesse voluto, a rivolgersi a colleghi e a psicologi per farsi consigliare, dare supporto alle figlie e trovare la strada migliore per agire, oltre che a tutela della sua onorabilità, soprattutto nel rispetto della integrità psico-fisica" delle minori V. e M.. Anzi, cosa più grave, ha evidenziato ancora la Cassazione, la mamma, medico chirurgo geriatra, ha contribuito a "creare le condizioni affinchè il marito Agostino Z. (una precedente condanna per parricidio e dieci anni di reclusione per gli abusi sulle figlie, ndr) continuasse indisturbato ad abusare delle minori".

Ricostruisce la sentenza 4730 della Cassazione che, nel 2000, il padre faceva delle "convocazioni domenicali nel letto matrimoniale, durante le quali, mentre consumava un rapporto con la moglie, 'toccava' anche le figlie, fatte posizionare ai lati". La geriatra, aveva ritenuto di "risolvere la situazione a livello endofamiliare, facendo tutto da sola", e cercando di rientrare in casa "a sorpresa". Tutti accorgimenti che, disse la Corte di merito, e, oggi, anche la Cassazione, "furono sentiti dalle figlie come un'ulteriore presa in giro dal momento che il coniuge lasciava la chiave nella serratura e lei, per entrare in casa, era costretta a bussare alla porta". Anzi, era pure emerso che la mamma geriatra "cercava di suscitare elementi di pietà nelle figlie per indurle ad accontentare il padre".

 

Ecco perchè la Cassazione, nel bocciare il ricorso di Vanda B., ha sottolineato che "i giudici del merito hanno ineccepibilmente affermato che una donna di tale autonomia intellettiva, sociale ed economica non potesse essere una vittima sprovveduta ed indifesa nelle mani di un uomo, non solo già condannato per un reato gravissimo, ma anche nullafacente e mantenuto dalla moglie". In defintiva, "tale sudditanza di Vanda B. nei confronti del coniuge era frutto di una scelta di vita, di una precisa volontà di comunione, di uno scellerato legame che univa i due in modo indissolubile, anche a scapito delle primarie esigenze di salvaguardia della integrità fisica e morale delle figlie".