Pedofilia Culturale, La lettera: " Scurati ha scritto un libro osceno e da censurare"

 

 "Il bambino che sognava la fine del mondo"

La lettera ricevuta il 15 aprile 2009:
 
Carissima signora Lerici,
sono una lettrice del suo sito da molto tempo e mi sento in dovere innanzitutto di farLe i miei complimenti. Trovo interessanti e ben trattati tutti gli argomenti ma mi soffermo soprattutto sui casi di pedofilia ed abusi sui minori poiché anche io ho dei figli e capisco quanto dolore può provocare il male che possono arrecargli certi esseri spregevoli. Purtroppo mi ritrovo a scriverLe per segnalarLe qualcosa che mi ha molto turbata. Ho avuto modo di incuriosirmi verso il nuovo libro di Antonio Scurati poiché avevo letto sulle recensioni che era un romanzo sulla piaga della pedofilia dove alcuni riferimenti erano di fatti realmente accaduti in Italia nelle scuole materne e l’ho comperata. Sembrava, sempre stando alle recensioni che lo mettono in lista anche per il Premio Strega, avessi comperato quasi un capolavoro della letteratura moderna: oggi so che ho buttato 18euro e che, a mio parere, è un libro da censurare.

 

Quelli che ne hanno ben parlato hanno omesso di dire che l’autore, in svariate pagine si sofferma su contenuti altamente erotici soprattutto alla pagina 63 dove spende 28 righe per descrivere un seminarista nubiano interamente nudo con una dovizia di particolari da film pornografico. Ci sono altre pagine dello stesso tenore dove le parole sono volgari ed oscene e tutto questo mischiato ad altre pagine che parlano dei casi reali degli asili di Bergamo, Brescia e Rignano Flaminio (quest’ultimo non nominato ma ho notato che lo scrittore ha fatto dei copia incolla da quanto Lei ha scritto in un dossier sulla pedofilia). Ci sono frasi che inducono il lettore a pensare che i bambini di qualsiasi età sono sessualizzati tipo “sembrano feti capaci di erezioni”, oppure “siamo bambini col c… di un uomo”. Tragga Lei le dovute conclusioni ma il mio parere è che questo brutto libro vada bruciato sul rogo poiché induce a discorsi sulla normalità di rapporti sessuali tra adulto e bambino. Grazie di tutto cuore per quanto Lei sta facendo a favore dell’infanzia.
l

ettera firmata

La pedofilia culturale

di Roberta Lerici
 Mi sono occupata del romanzo di Antonio Scurati solo alla sua uscita e ho notato anch'io gli innumerevoli elogi che la critica gli ha dedicato. Ho sollevato dubbi sul libro solo sulla base di alcuni capitoli pubblicati in anteprima, ma questi dubbi riguardavano l'impianto del romanzo ambientato a Bergamo e che prendeva spunto dal caso di pedofilia a Rignano Flaminio e da altri casi di pedofilia nelle scuole materne. Siccome Scurati ha detto in tutte le interviste che Bergamo non c'entrava con il suo libro, mi sono permesse di ricordare ai vari giornalisti che se ne occupavano, che proprio vicino a Bergamo c'è stato un noto caso di pedofilia in una scuola materna in cui sono sotto accusa due suore che avrebbero abusato dei loro alunni dai 3 ai 5 anni nel 2002.La lettrice che mi scrive, invece, ha letto il romanzo di Scurati e ne è rimasta sconvolta.

 Mi riservo di leggere interamente il libro, ma per ora avendo trovato una persona che lo aveva in casa, mi sono fatta leggere i passi indicati dalla lettrice e confermo che  trasudano di un tipo di pornografia quasi malata.Confermo anche che alcune pezzi (assolutamente non pornografici) sono stati presi da miei scritti su Rignano Flaminio e in particolar modo da un intervento al Convegno contro la pedofilia di Boario Terme del 2007 che, ovviamente, lo scrittore deve aver trovato su Internet Sarebbe già il secondo libro in cui, senza chiedere il permesso, vengono usati miei scritti. A monte, mi domando cosa abbiano recensito i critici letterari e se abbiano davvero letto il libro di Scurati. Perchè se lo hanno letto e non hanno trovato nulla di strano nel contenuto, c'è da preoccuparsi.

Dopo le polemiche suscitate dalla canzone "Il Pettirosso", di Gino Paoli mi sarei aspettata qualche commento anche su questo libro candidato allo Strega,  ma forse, davvero,nonostante il battage pubblicitario, il libro  lo ha letto solo la signora che mi ha scritto e il critico di cui, in fondo, troverete la recensione.

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| Cultura | Francesco Borgonovo
Pubblicato il giorno: 25/03/09

Tra i nomi dei papabili candidati al Premio Strega 2009 circola anche quello di Antonio Scurati, il quale ha appena mandato in libreria Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani, pp. 296, euro 18). Del nuovo romanzo hanno parlato molto bene i principali quotidiani italiani. Walter Siti su La Stampa lo ha definito «il suo libro migliore»; paginate di recensione o interviste sono apparse sul Corriere della Sera, su Il Giornale e via dicendo. Insomma, nella corsa al premio Scurati parte con dei sostenitori di tutto rispetto.

L’accoglienza riservata a questo romanzo è stata decisamente migliore rispetto al precedente, Una storia romantica, bersagliato anche da sonore stroncature, fra le quali resta memorabile quella a una scena di fellatio che il Foglio etichettò come «pompino risorgimentale». Anche in quest’ultima fatica Scurati indugia su particolari sessuali scabrosi.

A un certo momento compare, per esempio, la descrizione un po’ gratuita del mastodontico pene di un ragazzo nero: «E così, ancora seduto, mi trovai all’altezza del suo membro. Era, nemmeno a dirlo, enorme. (...) Sebbene a riposo, appariva enfio e tonico». Più avanti c’è anche una scena di fellatio, questa volta ambientata ai giorni nostri e un po’ triste. Ma nonostante questo, il romanzo è piaciuto.

C’era da aspettarselo. Lo scrittore di Bergamo ha scelto di ritornare - dopo la sfortunata incursione nel romanzo storico - su un terreno a lui più congeniale: quello della televisione. Questo libro è una rilettura molto personale del caso di Rignano Flaminio, dove le maestre di un asilo sono state accusate di pedofilia, trascinate al centro di una tempesta mediatica e poi scagionate. Scurati immagina che la stessa cosa accada a Bergamo, nella scuola Rodari.

L’accusa infamante ricade su due insegnanti appena arrivate, su una maestra nera e su un prete, don Mariano. Proprio come a Rignano, i grandi inquisitori sono i genitori, in particolare una mamma, Marisa Comi, la quale ammetterà poi - in diretta tv davanti alle telecamere di Matrix - di essersi inventata tutto.

Questo Scurati funziona. Perché abbandona l’invenzione narrativa e si getta a capofitto nella cronaca (alcuni passaggi del libro ricordano suoi articoli comparsi su La Stampa). Sembra quasi di leggere un lungo commento giornalistico. E questo è anche il limite del libro, che finisce lì: al reportage colorito dall’immaginazione. Una miscela che attrae facili applausi, perché vellica le corde dell’indignazione: contro i giornali, contro la provincia sempre profonda e sempre un po’ razzistella. E, soprattutto, contro la televisione. Scurati sembra imputare alla tv ogni male dell’Italia. Il voyeurismo nello sviscerare le disgrazie, la superficialità e il sensazionalismo con cui si trattano argomenti delicatissimi. Nel libro si fanno anche nomi e cognomi dei protagonisti dell’informazione. Uno dei personaggi è il vicedirettore della Stampa Massimo Gramellini. A più riprese compare Enrico Mentana, ancora alla guida di Matrix, il quale invita il protagonista (alter ego di Scurati) in trasmissione. C’è pure un’invettiva - ormai classica per lo scrittore di Bergamo - all’indirizzo di un noto presentatore televisivo, definito «essere abietto», mai nominato ma facile da individuare: «Accesi la televisione. Mi apparve un essere viscido. Puntava una bacchetta (...) su una serie di vignette che illustravano il “caso Bergamo”. (...) Poi deponeva la piccola asta di frassino, si fregava le mani e si asciugava con un fazzoletto la bava agli angoli della bocca».

Scurati ricostruisce l’immaginario “caso Bergamo” passo per passo. Cita titoli di giornali, spesso ripresi da quelli realmente usciti per il “caso Rignano”. L’argomento è suggestivo e Scurati sforna un bignami per il corso di Etica dei media. Una rilettura, anche piacevole, della cronaca, che punta a nobilitare qua e là con toni alti, drammatici, richiamando la fine del mondo, il declino dell’Occidente (altro stereotipo molto gradito ai recensori). Ma, appunto, una rilettura.