"Negli occhi dei bimbi l’incubo del terremoto", Il racconto di una coordinatrice dei soccorsi

Gli anziani trasferiti dall'ospedale inagibile e ricoverati nelle strutture della tendopoli, dove sono state allestite anche sale operatorie
    
Il racconto della coordinatrice del soccorso piemontese
MARCO ACCOSSATO
TORINO
La polvere delle case che si sbriciolano ad ogni scossa e il terrore impresso nello sguardo dei bambini: ci sono due immagini che la dottoressa Laura Taverna non scorderà mai, quando questo disastro in Abruzzo sarà passato, le macerie rimosse, e resterà solo il lutto.
Responsabile della base torinese dell’elisoccorso 118, è uno dei volontari che da lunedì dedicano ogni istante del giorno e della notte alle tre postazioni di pronto intervento e ambulatorio allestite dal Piemonte.

Nell’immenso prato ai piedi della montagna di Barisciano l’onda del terremoto continua a far tremare i muri e la popolazione. Non c’è tregua. Paura e fatica: «In due giorni - racconta la dottoressa - siamo riusciti a riposare a malapena mezz’ora». Riposare, non dormire. Non è soltanto abnegazione, ma qualcosa di più: «La gente, qui, è straordinaria. Di una dignità e riconoscenza che ti spinge a fare ancora di più: chiede scusa del disturbo, quando si presenta per un farmaco o una medicazione nell’ambulatorio mobile». Una donna, figlia di un’anziana assistita nel tendone del 118 piemontese, ogni mattina rientra nella sua casa pericolante, prepara e porta a medici e infermieri una tazza di caffè: «Per resistere meglio alla stanchezza».

Non sono le lunghe ore in azione a mettere a dura prova l’impegno dei soccorritori: «E’ il mal di testa la cosa peggiore». Il prezzo della tensione, della paura: «Ci sono famiglie con persone anziane e malate a letto che non vogliono o non possono lasciare casa. Quando noi dobbiamo salire osserviamo le crepe lungo le pareti delle scale e speriamo che non arrivi una scossa più forte. Potrebbe caderti tutto addosso, e noi finire sotto. Ma non possiamo tirarci indietro».
Ci sono gli sfollati che chiedono aiuto. Ma anche i soccorritori: «Rimuovere le macerie è un lavoro pesante - prosegue la dottoressa Taverna -. Tanti volontari si feriscono».

A vederli da lontano, i paesi piegati dal terremoto sembrano non esistere più. «Poi ti avvicini e vedi le case lesionate accanto ad altre ancora in piedi». Più di una volta la nuvola di polvere sollevata da un crollo improvviso ha sommerso i volontari del 118. Nessuno è al sicuro.

Nell’ospedale mobile c’è un ragazzo di 25 anni che l’altra sera, quando la scossa delle 20 ha fatto tremare di nuovo la terra, si è gettato in strada dal balcone. C’è un uomo con gli occhi spaventosamente gonfi rimasto 40 minuti sotto le macerie in attesa dei soccorsi che non sono arrivati: ha salvato se stesso e la moglie. Ora dice: «Ricominceremo». C’è una donna di 90 anni che da lunedì vive in auto, disidratata dal sole: l’hanno strappata al coma. E c’è Giulia, 4 anni, che dopo la fuga dalla prima scossa non ha più voluto dormire per la paura. La dottoressa Taverna, ieri, l’ha presa in braccio, l’ha allungata su una barella e si è seduta accanto a lei. E Giulia ha chiuso gli occhi, «ha dormito tutto il pomeriggio».

Sono medici e infermieri, ma il loro impegno è anche quello degli psicologo. «Queste persone hanno bisogno di parlare, di raccontare la loro paura, di sfogarsi».
Non c’è un solo istante di tregua. Pochi vivono ancora in casa. Qualcuno sta nelle tende, altri in camper, moltissimi dormono in auto. Da quando uomini e mezzi del 118 sono arrivati in Abruzzo dal Piemonte, sono centinaia le persone soccorse. Senza sosta. Come le scosse. Sperando sempre che sia l’ultima frustata.
La Stampa Torino 9 aprile 2009