Torino:L'orrore che nessuno ha visto

 

- L'ORCO NASCOSTO NELLA CITTA'

«Laura» ha ora 34 anni. Da quando ne aveva 9 è stata segregata dentro casa in una stanza buia e violentata dal padre, senza che qualcuno la aiutasse. Era riuscita a fuggire e a denunciare gli abusi, ma magistrato e psicologo non le hanno creduto. Come è potuto accadere?

GRAZIA LONGO
ANDREA ROSSI

TORINO Nessuno aveva visto. Nessuno aveva sentito. Nessuno aveva capito che quella era la casa dell’orco. Nessuno s’era reso conto dell’orrore che si consumava tra le mura di un alloggio di edilizia popolare nel quartiere Falchera, periferia nord della città, palazzoni con le tende in plastica, pieni zeppi di antenne paraboliche. Com’è possibile che nessuno abbia compreso che un padre ha iniziato a violentare la figlia maggiore, Laura, quando aveva appena 9 anni? Indifferenza? Casualità? Impossibilità a entrare nell’intimità di una famiglia? Eppure quella bambina diventata donna nel letto di suo padre non è mai stata completamente sequestrata tra le mura domestiche. Tanti - insegnanti, assistenti sociali, forze dell’ordine, vicini di casa - per motivi diversi hanno avuto a che fare con lei e con il padre padrone, ora difeso dall’avvocato Antonio Genovese. Scorrendo le pagine della vita passata e quelle degli ultimi anni si scoprono tanti incontri con il mondo esterno. Laura a dodici anni abbandona la scuola dell’obbligo senza prendere la licenza media. Uno degli otto fratelli, sordo dalla nascita, viene regolarmente seguito a casa da un’assistente sociale.

Uno psichiatra 15 anni fa - quando per la prima volta la Procura si occupò della vicenda, su denuncia del padre della ragazza che per coprire i suoi abusi denunciò gli zii dai quali la figlia si era rifugiata - non crede al racconto della giovane e la considera inattendibile. La polizia, 10 anni fa, arresta il padre per furto e scopre che c’erano anche la figlia e altri tre fratelli ad aiutarlo a rubare i vestiti dai cassonetti destinati ad Amnesty International. L’associazione del quartiere si occupa della sorella minore, ragazza-madre, alla ricerca disperata di un appartamento. Il parroco conosce il disagio della famiglia. I vicini di casa sono allarmati da schiamazzi notturni e dalle attenzioni morbose dell’uomo sulla figlia maggiore. «Ma erano solo intuizioni, solo supposizioni - riflettono oggi - chi poteva immaginare quello che quel porco faceva a sua figlia?». «E’ un caso che ci è sfuggito», racconta oggi amaro don Lino Montanelli, il parroco di questo quartiere che s’affaccia sull’autostrada per Milano. Rodolfo Grasso, il responsabile del Tavolo sociale, fa sì con la testa e si torce le mani. «Quante volte gli abbiamo detto che non doveva rubare il rame, che si metteva nei guai. E lui niente. Fatti i c... tuoi, rispondeva duro». Negli anni si contano decine di segnalazioni, a tutti, ma mai per violenze. I vigili li avevano chiamati un’infinità di volte, ma solo per via di quei due furgoni ammaccati e carichi di stracci e ferraglie. Scaricava anche in piena notte, e coi i vicini erano urla e insulti.

Ogni venerdì due vigili trascorrono il pomeriggio in mezzo a queste case basse e bianche per cercare di risolvere pacificamente le controversie tra vicini. Se lo ricordano bene il padre padrone: «Nel palazzo erano in tanti a lamentarsi, ma solo perché faceva rumore. Al massimo perché era intrattabile. Ma di violenze non s’è mai sentito parlare». La famiglia era seguita, come le altre in difficoltà, anche dalla parrocchia. «Giorno dopo giorno - ricorda don Lino -, ma erano troppo chiusi: nessuno avrebbe potuto penetrare nei segreti di quella casa. E nessuno ha mai manifestato sospetti». Nemmeno chi seguiva i più piccoli, i nipoti. Alcuni sono andati a vivere altrove; altri no, vanno ancora a scuola qui. Erika Mattarella, con i ragazzi di Anima Viva, fa doposcuola per i bambini delle elementari e medie. Anche lei si sente sconfitta ma incolpevole: «I bambini parlano tanto. Quando a casa c’è qualcosa che non va prima o poi riesci ad accorgertene. Stavolta no». Già, i nipotini. Rodolfo Grasso ricorda l’ultimo diverbio: «Era con uno dei piccoli. Gli ho detto di lasciarlo andare a giocare con gli altri bambini. Lui m’ha ribattuto duro: “Fatti gli affari tuoi, lui deve stare con me”» Un uomo possessivo. Geloso. Ma basta per ritenerlo un mostro? No, non basta. «L’assistente sociale svolge un compito specifico, molto circoscritto - sottolinea l’assessore ai servizi sociali di Torino, Marco Borgione -.

La persona che seguiva il fratello audioleso, quindi, non poteva conoscere anche la condizione della ragazza violentata. A meno che, ovviamente, non avesse ricevuto una richiesta d’aiuto». Una lettura simile a quella del vice questore Jolanda Seri, dirigente del commissariato Barriera di Milano, che si è occupata del caso insieme alla Sezione fasce deboli della Procura, diretta dal procuratore aggiunto Pietro Forno. «I servizi sociali - osserva Seri - non entrano nell’intimità della vita familiare». E del resto, anche chi c’era entrato, 15 anni fa, non aveva colto la realtà. Renato Gozzi, lo psichiatra del tribunale che nel ‘94 venne incaricato di accertare le condizioni della ragazza, la ritenne non attendibile e il pm di allora archiviò la denuncia di violenza sessuale. Ora il procuratore aggiunto Forno, pur non volendo muovere critiche a persone in particolare, solleva obiezioni sul metodo, sul sistema generale: «Certi meccanismi favoriscono e lasciano che in tutta Italia si trascinino situazioni simili a questa. Meccanismi sbagliati. Primo errore: secondo legge si sentono specialisti sull’attendibilità. E’ vero che la legge dice pure che la libertà del magistrato di fronte alla consulenza è totale. Ma se hai chiesto a uno che ne dovrebbe sapere più di te, non sei condizionato?». La palla torna agli esperti della psiche. Questa volta, Patrizia De Rosa, consulente della Procura ha definito Laura «una persona affetta da un disturbo di personalità dipendente, priva di progetti esistenziali e vittima di una depressione post traumatica». Un’infelice. E ora lo hanno capito tutti.

La Stampa 28 marzo 2009

IL GIORNALE
Stuprata 25 anni in casa, padre e figlio negano tutto e le famiglie li difendono

Il caso Fritzl di Torino. I due ambulanti respingono ogni addebito. Chiesta nuova perizia psichiatrica per la vittima . Ma la sorella minore ammette: "Sì, mio fratello è un pedofilo"

di Marco Traverso

Torino Negano con fermezza i due uomini, padre e figlio di Torino, arrestati con l'accusa di aver abusato per anni delle figlie. «Il mio cliente è incredulo e non riesce a spiegarsi il perché di queste accuse - spiega l'avvocato Antonio Genovese, legale del capofamiglia -, ho già fatto ricorso al Tribunale del Riesame chiedendo l'annullamento dell'ordinanza: non ci sono elementi per tenerlo in carcere». L'avvocato aggiunge che il suo cliente «è malato, diabetico, tanto che quando è stato arrestato hanno dovuto portarlo all'ospedale Molinette».
In merito alle intercettazioni il legale spiega che «riguardano pochissimo il mio cliente e leggendo l'ordinanza gli elementi presi a fondamento sono le dichiarazioni della parte offesa e di altri soggetti che riferiscono fatti che gli sono stati raccontati». Probabilmente a questo punto verrà richiesto l'incidente probatorio. Una circostanza condivisa da Antonio Foti, legale del figlio arrestato, anche lui ambulante, che ha chiesto in questa forma la perizia psichiatrica per la sorella accusatrice e l'esame in contraddittorio di tutte le figlie femmine, a eccezione della più piccola. Anche in questo caso il legale conferma che «l'uomo nega ogni accusa e l'unico elemento certo è quello di un ambiente degradato, in cui si scherza con volgarità, cosa che fa anche la madre. Anche l'unica intercettazione ambientale che c'è descrive una scena tutt'altro che univoca e che si presta a varie interpretazioni».
«Io credo - ha aggiunto - nell'innocenza del mio cliente, sia per il suo comportamento sia per alcune lettere delle figlie che non possono essere frutto di coercizione e che mostrano un affetto vero nei confronti del padre».
Intanto, nonostante le accuse degli inquirenti, la famiglia dell'uomo che secondo l'accusa, per 25 anni, avrebbe abusato di sua figlia, si ostina a difendere il padre-padrone. È quasi una venerazione, quella dei figli (dieci di cui solo due femmine) nei confronti di quel genitore. Ma se da un lato la difesa del padre pare granitica, dall'altro gli stessi familiari mettono in parte in discussione la figura di quel fratello che per primo è finito in manette con l'accusa di violenza sessuale. «Sì è pedofilo», ha ammesso la sorella della trentaquattrenne che ha denunciato gli orrori. Difendendo però anche lei il padre. «Non ci ha mai toccate con un dito - ha detto ieri la donna, 30 anni -, io bacio per terra dove passa lui». Frasi che non lasciano spazio a interpretazioni. Così come si sono detti convinti dell'innocenza e della rispettabilità del capofamiglia altri suoi due figli: «Tutte storie - hanno affermato -. Quello che è stato detto non corrisponde alla verità». Una difesa su tutta la linea, quindi. Uno dei due figli ha anche mostrato con orgoglio un tatuaggio, impresso su un braccio, che raffigura proprio l'effigie del genitore. Un atto d'amore indelebile, rafforzato da una convinzione: «Mio padre è sempre con me, è nel mio cuore».
Intanto le indagini proseguono e gli inquirenti stanno tentando di fare luce su un altro episodio sul quale pesa una luce sinistra: secondo alcune ricostruzioni, infatti, circa trenta anni fa l'uomo avrebbe abusato sessualmente anche della figlia di un fratello. E anche in quel caso però sarebbe calato il silenzio.
Intanto le tre figlie del 41enne arrestato per abusi nei loro confronti e verso la sorella negano qualsiasi violenza. Ad accusare l'uomo sarebbe soltanto la figlia maggiore, la stessa che l'ha denunciato un mese fa e che ha fatto sì che iniziassero le indagini che hanno poi aperto le porte del carcere anche al nonno.

28 marzo 2009 10.28