Gentilini, vicesindaco leghista di Treviso, verrà processato per odio razziale

 Note: di seguito, troverete una raccolta delle uscite dell'amministratore della Lega Nord, Gentilini.

FONTE

I violenti strali contro immigrati clandestini e gli zingari
pronunciati durante l’adunata della Lega a Venezia sono costati il
rinvio a giudizio al vice sindaco di Treviso, Giancarlo Gentilini.
L’amministratore del Carroccio sarà processato il prossimo 4 giugno a
Venezia, con l’accusa di istigazione all’odio razziale. Lo ha deciso il
procuratore capo di Venezia, Vittorio Borraccetti, che ha citato
direttamente a giudizio Gentilini per le parole pronunciate il 14
settembre scorso, in occasione della festa della Lega Nord.
Alcune frasi in particolare avevano convinto l’ufficio giudiziario ad aprire
un fascicolo per l’ipotesi di istigazione all’odio razziale: «Voglio la
rivoluzione contro gli extracomunitari clandestin
i», aveva tuonato
Gentilini dal palco, e poi «voglio la pulizia dalle strade di tutte
queste etnie che distruggono il nostro paese, voglio la rivoluzione nei
confronti dei nomadi, degli zingari»
. Da sindaco di Treviso, Gentilini
era già stato processato nella sua città nel 2000 per aver proposto -
durante un discorso pubblico - di far travestire «gli extracomunitari
da leprotti per consentire ai cacciatori di allenarsi». Per quella
vicenda l’ex sindaco-sceriffo era stato assolto.
   

  Treviso, il leghista Gentilini: «Pulizia etnica contro i culattoni»
9 agosto 2007 alle 12:11 — Fonte: unita.it
La minaccia del vicesindaco Gentilini: «Pulizia etnica per i culattoni». L’Arcigay Veneto manifesterà davanti al municipio contro le dichiarazioni dell’ex «sindaco-sceriffo».

 

ECCO UNA RACCOLTA DI DICHIARAZIONI E ARTICOLI TRATTA DAL SITO:

http://digilander.libero.it/antilega/politici/i_politicigentilini.htm

Alla Festa padana a Venezia, lo scorso 14 settembre,
 «Voglio eliminare i bambini che vanno a rubare agli anziani» Ma anche «Voglio la rivoluzione contro quelli che vogliono aprire le moschee e i centri islamici.

USA... E GETTA
3 febbraio 2000
"Evidenzio una cosa: c'è necessità di utilizzare gli extracomunitari. Ma l'immigrazione deve soggiacere a regole precise. Ogni anno deve essere quantificata l'esigenza numerica e qualitativa dei lavoratori immigrati".

 
TRAGICHE EVOCAZIONI!!!
marzo 2000
"Voglio... i vagoni piombati per spedire a casa gli immigrati entrati clandestini in Italia."

 
APERTA LA STAGIONE DELLA CACCIA... ALL'EXTRACOMUNITARIO
22 marzo 2000
Il sindaco di Treviso Giancarlo Gentilini è rinviato a giudizio dal gip per l’ipotesi di istigazione all’odio razziale.
Pco tempo prima aveva consigliato una soluzione risolutiva per risolvere il problema dell'immigrazione, ci avrebbero pensato i "cacciatori" dopo avere provveduto a   «vestire con costumini da leprotto» gli extracomunitari.
Pronta la risposta dello "sceriffo" per nulla intimorito:"io andrò fino in fondo, gli extracomunitari delinquenti li butto nel Sile".
Daltronde lui non si sente razzista e aggiunge riferendosi alla dichiarazione che gli è costata il rinvio a giudizio:"non sono reati di razzismo: il reato di razzismo è così abnorme che è difficile dire nella storia se lo abbia commesso Hitler".

 
MINACCE ELETTORALI
10 febbraio 2001
Gentilini in piena campagna elettorale non abbandona il linguaggio truculento e le metafore violente. In una manifestazione pubblica a Venezia afferma minaccioso: "A Rutelli ho già promesso l'esilio", i leader del centrosinistra "sono già nel braccio della morte, aspettano quel colpo così, come si fa con i conigli, e bisogna mandarli tutti nel Tevere"; "Quando avremo preso il potere non lo si mollerà: lo dico apertis verbis".
Accennando alla colpo finale il sindaco mima il colpo che i contadini danno ai conigli per ucciderli.

 
A RUOTA LIBERA
18 giugno 2001
In un intervista al "Messaggero" lo sceriffo di Treviso parla a ruota libera:"Haider? Mi ha copiato il programma, con sei anni di ritardo". Gli immigrati?""Vagoni piombati per rispedirli da dove sono venuti". Dice di non curarsi se qualcuno lo definisce "il Mussolini del Nord". Il suo vero obiettivo? E' cacciare gli extracomunitari. E il "foglio di via, con sù scritto: espulsione" a lui sembra una barzelletta.

SICUREZZA CITTADINA

14 gennaio 2000
in un convegno promosso dalla Lega Nord a Chioggia, sul tema della "Sicurezza e criminalità" Gentilini espone ai vertici veneziani del carroccio la sua idea per rendere sicura la citta. A metà strada fra farneticazioni di matrice nazista e visioni di onnipotenza ecco alcuni punti dell'intervento dello sceriffo.
IO RAZZISTA!!!?
" Mi dicono che sono razzista perché nel mio programma di ordine e disciplina ho fatto togliere le panchine, ma ora almeno a Treviso non ci sono più extracomunitari mollaccioni. Ultimamente ho dei problemi con i venditori di fiori da quella strana pelle olivastra, ma grazie ai blitz notturni sequestro tutti i mazzi e li faccio portare in cimitero…"

IL BUIO OLTRE LA SIEPE
"Ma occorre anche radere al suolo tutte le siepi perché non si sa mai cosa ci sia al di là…"

VIGILI E ARMATI
Parlando dei Vigili Urbani:" li ho armati di manganello e sto costruendo per loro un poligono di tiro perché imparino a sparare: voglio una polizia personale, basta con la logica caritatevole: se uno mi da uno schiaffo, io gli rompo il muso…. Siamo in guerra c'è una invasione in atto e questa è una guerra organizzata".

LAVORI FORZATI
Lo sceriffo si preoccupa della salute e dell'attività motoria degli extracomunitari ospiti delle nostre carceri e afferma:"dobbiamo far rinforzare gli argini del Piave a questa gente con le catene ai piedi".

 
GESTAPO... VERDE
30 settembre2000
La madre di un fotografo de "La Tribuna di Treviso", rea di avere prestato la macchina al figlio a sua volta colpevole di avere fotografato in piena città una scritta filogentilini su un muro, si vede recapitare la seguente lettera:"Cara signora, che ci faceva la sua auto in via Da Coderta?" "Cara signora (...), mi è stato riferito che l'auto a lei intestata, una (...) targata Tv (...), è stata vista sostare in via Gualpertino da Coderta mentre il conducente scattava alcune fotografie alle scritte "Armata Gentilina". Poichè è nota la battaglia che questa amministrazione sta portando a avanti contro gli imbrattatori di muri pubblici e privati, sono a chiederle di volermi gentilmente informare sui motivi per i quali sono state scattate queste fotografie, sintomo di un suo interesse, diretto o indiretto, al problema di cui trattasi. Certo di un sollecito riscontro porgo distinti saluti. Giancarlo Gentilini (firma)".
La lettera è autentica, su carta intestata, protocollata (n. 57291) dal Gabinetto del Sindaco.
Alla faccia della privacy e della democrazia. E' legittimo chiedersi se esista a Treviso una rete di spie al servizio del sindaco.

 
MURATI VIVI
12 marzo 2001
Il sindaco di Treviso rivolgendosi ai dirigenti ciclistici trevigiani paventando un'esclusione della squadra dal Giro dilettanti li minaccia di riservare loro lo stesso trattamento promesso ad alcuni frati di Treviso. Di quale colpa si sarebbero macchiati i religiosi per meritare una punizione cosi terribile? Il sindaco è inflessibile, seguendo troppo alla lettera il vangelo i frati "portano da mangiare agli extracomunitari". ANATEMA!!!!

LA MARCIA DEI BARBARI maggio 2001
l 13 maggio è un momento storico, adesso o mai più: Dobbiamo unirci e marciare nuovamnete su Roma, come hanno fatto i barbari duemila anni fa,portando sangue vivo e buttando a mare l’impero decadente…Dobbiamo usare il voto come i nostri nonni usavano il pugnale fra i denti…Cosa ne facciamo dei negri abituati a essere inseguiti dai leoni e a rincorrere le gazzelle? Io voglio ordine! Disciplina!…Io ho rifatto il vangelo secondo Gentilini: è Gen-ti-li-ni che vi vede in cabina! Se alzate gli cchi è Gentilini che vi guarda! Non voglio traditori! Il Vangelo dice date ai poveri ciò che vi avanza. Noi applicheremo il Vangelo: prima noi poi gli altri!"

 
IL COLORE DELLA VERGOGNA

3 giugno 2001

I giocatori del Treviso in risposta ad alcuni incresciosi atteggiameni razzisti di una frangia di tifosi trevigiani nei confronti del gocatore nigeriano Omolade, scendono in campo con la faccia dipinta di nero. Il loro gesto è apprezzato da tutta l'Italia che applaude al coraggio dei neoretrocessi ragazzi del Treviso.
Lo "sceriffo" Gentilini visibilmente contrariato, coerente con gli atteggiamneti xenofobi che hanno contraddistinto la sua politica, diligente discepolo di Haider risponde stizzito:"Hanno scelto il colore giusto, il nero della vergogna".

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Solidarietà ai calciatori del Treviso ed in particolare a Omolade da parte del MOVIMENTO ANTILEGA!!!

Alcuni interventi sull'episodio Treviso calcio
Da un articolo di F. Camon
sulla "Tribuna di Treviso

"IL SINDACO GENTILINI CI DANNEGGIA TUTTI"

... La squadra del Treviso ha, come molte altre squadre, problemi di razzismo tra i tifosi. Razzismo inteso proprio come orgoglio della razza bianca e disprezzo della razza nera. Questo orgoglio e questo disprezzo sono venuti fuori in maniera sconcia nelle ultime domeniche: nella penultima, in occasione di Ternana-Treviso, quando l'allenatore del Treviso, Sandreani (che io ricordo non solo come abile allenatore, ma anche come persona colta), mandò in campo un giocatore nero, che viene dalla Nigeria e si chiama Akeem Omolade (buon saltatore, con un discreto senso della rete), un gruppaccio di tifosi razzisti, con fischi di protesta, arrotolarono i loro striscioni e abbandonarono le tribune. Un gesto benefico. Magari si ripetesse.
E' a questo che dobbiamo arrivare: a che i razzisti se ne vadano. L'altro ieri si gioca Treviso-Genoa, e i giocatori del Treviso hanno un'idea niente male: senza preavvertire nessuno, si presentano in campo con la faccia tinta di nero. Un gesto purificatore, che vale mille articoli come questo che sto scrivendo. E che fa il sindaco, presente sugli spalti? Si offende, dice: «Hanno scelto il nero, colore della vergogna». La frasaccia è insensata, e vorrei tanto che il sindaco riuscisse a rabberciarla meglio di come ha fatto finora. Se ci riesce, mi fa un favore: son qui che aspetto, con ansia.
Lui dice che per «vergogna» intendeva la retrocessione della squadra. Ma perché mai il colore della vergogna sarebbe il nero? L'unica risposta che mi viene, è che il nero era il colore preferito dal fascismo (le camicie nere) e dal nazismo (le camicie brune): il secolo che si è appena chiuso ha legato per sempre il nero alla vergogna. Ma non credo proprio che il sindaco di Treviso avesse questo rigurgito di coscienza etica e storica. Lui aveva davanti facce nere, e (se non capisco male le sue parole) gli han fatto venire in mente la vergogna. Non capisco perché. Il bianco è bello? Il sindaco di Treviso è forse bello? Quei tifosi del Treviso che vedendo un giocatore nero se ne vanno schifati dallo stadio, sono dotati di un'intelligenza superiore? Perché una faccia bianca dovrebbe far venire in mente l'orgoglio, e una faccia nera la vergogna? Se fossi un assessore del Comune di Treviso, glielo chiederei, al sindaco, in una seduta convocata apposta....

...Il sindaco di Treviso dovrebbe saperlo, e stare all'erta. Perché la sua frase, se il senso è quello che sembra, fa paura, e ci danneggia tutti, noi delle Venezie. Se invece voleva dire dell'altro e non c'è riuscito (neanche stavolta), lo chiarisca, per favore.
Meglio che il primo cittadino di una città come Treviso, fra le più importanti d'Europa, abbia un brutto rapporto con la lingua, piuttosto che con l'umanità.
Giancarlo Iannicello, capogruppo a Treviso di Forza Italia: «Sono sorpreso, Gentilini ha perso un'occasione per farsi paladino della maggioranza della città, che non è razzista,   e così facendo non fa chiarezza nemmeno rispetto agli atteggiamenti dei razzisti. Doveva prendere la palla al balzo, da primo cittadino. Straordinaria invece la dimostrazione di civiltà dei giocatori. E Gentilini si rivela un tifoso piccolo piccolo, "mollando" la squadra. Non si può acclamare quando si vince, e sparare sui giocatori quando si perde. E gli ricordo che senza i nostri voti non ci sarebbe stato lo stadio nuovo, la Lega non aveva i numeri...»
Giampaolo Sbarra capogruppo a Treviso dei Ds: «Ancora una volta il sindaco è incapace di rappresentare la città, si rimangia le parole antirazziste di qualche giorno fa, cui non avevamo creduto, e si conferma estraneo alla città di Treviso e alla storia, con il suo rancore, la sua inettitudine a essere uomo tra gli uomini. Bravi i calciatori. E mi rivolgo ai giovani: da una parte ci sono i calciatori col viso dipinto di nero, dall'altra un Sindaco che parla di leprotti-bersaglio e vagoni piombati. Chi vuole, può scegliere»
Pierluigi Cacco, segreterio provinciale della Cgil: «La vera vergogna è questo Gentilini, che con le sue esternazioni umilia Treviso e la Marca i giocatori hanno dato una bella lezione a tutti, con un atto solidale che mi ha ricordato l'impegno della gente della nostra terra. Mi auguro che le tante espressioni sociali, andando oltre le diversità politiche legittime, prendano atto dei danni che questo signore ci lascerà, dopo aver tratto la sua fortuna politica da esternazioni troppe volte irresponsabili. Non gli resta che chiedere scusa, ma forse non ha nemmeno capito perché».
Che belle facce. «Ci voleva tanto?» si chiede Franco Arturi sulla prima pagina della Gazzetta dello sport, riferendosi ai celebri campioni del calcio. «C'è voluta una squadra di periferia, che retrocede in C, per far capire a tutti come e perchè ci si deve muovere. Il tecnico Sandreani, il presidente Barcè e una squadra intera per un pomeriggio sono stati la coscienza stessa del nostro calcio. E non facendo della politica, come ambiguamente ha commentato il sindaco Gentilini, ma affermando il diritto di essere uomini».
Treviso insegna. «Chi non ha apprezzato - osserva Sandro Bocchio nel suo commento su Tuttosport - è stato l'ineffabile Gentilini. Il quale non solo aveva già fatto sorridere perchè aveva vissuto come una sconfitta personale la retrocessione della squadra adducendo motivi di una banalità estrema. Ma perchè a queste parole aveva aggiunto tutta una serie di contorsioni pur di non prendere posizione precisa sul fatto in sé. C'è da restare senza parole verso una simile presa di posizione da parte di chi - in teoria - dovrebbe rappresentare tutti».
Faccetta nera. Roberto Beccantini sulla prima pagina della Stampa: «Quando dalla politica e della sport usciranno i politici alla Gentilini, non sarà mai troppo tardi». E spiega, riferendosi al razzismo negli stadi: «Treviso è uno dei tanti iceberg, non la punta dell'unico. Sono minoranze, i paladini della tolleranza zero, ma sanno come farsi sentire, grazie anche al dettaglio non marginale che i Gentilini non sono poi merce così rara, e i dirigenti del calcio hanno altro per la testa». Vorrei che il gesto di Treviso facesse meditare: temo invece, conclude, che faccia un po' di colore e basta.
Fondo di bottiglia. La Repubblica ha affidato a Michele Serra un commento corrosivo che non risparmia Gentilini. «Spiace, ma non sorprende, che il famoso sindaco Gentilini, voce eminente di quel leghismo da fondo di bottiglia che è uscito malconcio ma non domo dalle ultime elezioni, abbia capito niente. Il sindaco non ha capito (non ci arriva proprio) che la retrocessione in serie C è un evento di rilevanza minima rispetto al fantastico gol realizzato dalla squadra nella porta dell'ignoranza endemica di qualche suo supporter». Poi, ancora più acido: «Le sue spiritosaggini sui neri, il suo disprezzo veemente per gli avversari politici rispondono a una logica da taverna».
Sindaco viola. «Il sindaco sceriffo diventa viola» titola l'Unità che racconta la giornata del Treviso e le vicende della settimana nella cronaca di Michele Sartori.
Mandatelo a casa. «Ma c'è qualcuno che possa mandalo a casa, commissariarlo?» si chiede Piero Mei sul Messaggero di Roma a proposito di Gentilini.
E Gianni Giovannetti, sulla stessa pagina: «Gentilini non ha di certo il senso della consapevolezza né del sostantivo solidarietà, né dell'aggettivo civile».

alcuni cittadini
Landino Vio (Meolo): «Ho vivamente apprezzato il comportamento dei calciatori del Treviso. Mi sono sentito particolarmente attento e sensibile compartecipe di quella iniziativa che non è stata, secondo me, solo una prova di autentico spirito sportivo, ma che dovrebbe anche aver lasciato in tutti un segno, convinto e profondo, di partecipazione e di solidarietà umana. Peccato il resto! E' intollerabile che il sindaco di Treviso, commentando l'accaduto, si sia lasciato andare - come il suo solito del resto - ad esternazioni offensive e di pessimo gusto. Non ci aveva ancora abituati al peggio. E questa volta le sue parole pesano, per me, più del solito: più di un macigno. I calciatori del Treviso sono fortunatamente migliori dei loro politici».
Oscar Brambani: «Da un tifoso juventino: siete in C per il gioco, in A per la dignità. Grazie Treviso! Una domenica davvero da campioni. Peccato che il vostro primo cittadino, la cui ignoranza e sottocultura non dovrebbero consentirgli un ruolo così di rilievo, non abbia gradito».
Lucio Polo: «Vivissimi, festosi, convinti applausi ai giocatori del Treviso, neri per scelta esemplare, piena di una spiritosa intelligenza, che peraltro ha fatto nero il sindaco, al quale la mamma, verosimilmente, non ha ancora insegnato a tacere. A parlare, come si sa, meno che meno».
 

LA PREOCCUPAZIONE DEL MONDO EBRAICO

da un articolo di A. Gentili
"Messaggero" del 1 maggio 2001

ROMA - «Preoccupato», «indignato», «amareggiato», «rattristato». Si descrive così il presidente della Comunità ebraica, Amos Luzzatto, dopo aver letto l’intervista del sindaco-sceriffo di Treviso al "Messaggero"...
....«Le parole di Gentilini ci hanno impressionato», racconta Luzzatto durante una pausa del convegno dell’Unione delle comunità ebraiche a Milano Marittima. «Gentilini si definisce "Mussolini del Nord", parla di "Marcia su Roma". Poi, dopo un giro di valzer, il sindaco di Treviso puntualizza che la "marcia" sarà quella dei "barbari del Nord" nel giorno delle elezioni. Ebbene, questo è razzismo allo stato puro. Perché non, allora, i musulmani del Sud o gli arabi? Anche loro contribuirono alla caduta dell’Impero romano. O no?».
Lei è veneziano, saprà che Gentilini non va pazzo per gli africani.
«Già. So bene che al sindaco di Treviso non piace la gente colorata. Ma non è solo questo. Gentilini usa paroloni senza senso: "La sentenza di morte" contro Rutelli che "verrà eseguita il 13 maggio". E poi la difesa di Haider. E, ancora, i "vagoni piombati" per ricacciare oltre confine gli immigrati clandestini. Una rievocazione che mi ha decisamente rattristato. Non si può scherzare con i vagoni piombati. E se Gentilini non scherza è molto, molto, preoccupante».
Il sindaco di Treviso sostiene che i vagoni sarebbero l’unico "modo utile" per rispedire indietro i clandestini.
«Queste cose le diceva anche Eichmann al processo. Sosteneva, come considerazione tecnica, che quei vagoni erano il modo migliore per trasportare la gente».
Sta accusando Gentilini di proporre metodi nazisti?
«Non so chi altro, se non i nazisti, hanno adoperato quel tipo di treni in Europa. Se il sindaco ha nozione che esiste qualche servizio sanitario, o qualche Asl, che utilizza i vagoni piombati me lo faccia sapere».
Per questo lei parla di «frasario preoccupante»?
«Sì, con il frasario di Gentilini si legittima un capitolo storico drammatico. E il rischio è di abituarsi e di considerare banale, assimilabile, legittimabile, il contenuto che sta dietro a quelle parole».

 
Gentilini e la difesa della razza... piave

Non annacquo la razza Piave

26 agosto 2002
Lo sceriffo si sfoga alle tivù nazionali: "Non voglio casbe nel mio territorio. Non permetterò a nessuno di annacquare la razza Piave». E' disposto a sistemare (sottolinea temporaneamnte) «al massimo una o due persone». E gli altri: «Rimpatriamole fino alla soluzione dell'emergenza».
Sull'occupazione del Duomo non ha dubbi: «Questo è un complotto bolscevico».
Il "Crociato" con il cinturone è pronto a difendere la "razza Piave" dall'assalto dei mussulmani.

Solidarietà nera

FORZA NUOVA
«Il Duomo
torni ai fedeli»

Dura presa di posizione di Forza Nuova sull'occupazione del Duomo: «Esprimiamo la più ferma condanna - dice il segretario regionale di Forza Nuova, Paolo Caratossidis - di fronte alla sconsiderata e illegale occupazione del sagrato del Duomo di Treviso messa in scena dai soliti facinorosi esponenti dei centri sociali veneti e da alcune famiglie di extracomunitari nord-africani. Non è, purtroppo, la prima volta che a Treviso e in tutto il Veneto questi personaggi si rendono protagonisti di episodi criminosi»

 

La città si divide
La Repubblica
27 agosto 2002
IL RACCONTO / La gente litiga davanti alla chiesa occupata
tra preoccupazioni degli industriali e appelli della Curia
Il sindaco e la "razza Piave" sul sagrato la città si divide

dal nostro inviato PAOLO RUMIZ

MACCHÉ razza Piave, cervello di gallina! La vera razza Piave teneva sempre in casa una pignatta di polenta per i povareti!". Sole alto, caldo boia; davanti al sagrato del Duomo la cattolica Treviso si sbrana sotto gli occhi dei musulmani. "Prova, prova ti, mona, a occupar una moschea! I arabi te taia la gola!". I marocchini sfrattati dalle ruspe guardano il pandemonio ai loro piedi. Non avrebbero mai sperato tanto. Per strada non si parla d'altro. La città che ha sempre cloroformizzato i conflitti si abbandona a risse contradaiole, si estenua in incredibili autoanalisi a cielo aperto. E la razza Piave resta nuda davanti a se stessa e alle sue contraddizioni. Senza più la mediazione della politica. Piazza dei Signori, ore tredici. "Che i vada via! I consuma el nostro gas, la nostra acqua, i porta malattie!" ringhia un pensionato. "Si vergogni - replica un camionista - le piaceva quando gli svizzeri dicevano le stesse cose di noi?". Risposta: "Intanto mi no son più paròn a casa mia". L'altro, imbestialito: "Qua bisogneria investir la tredicesima per comprar un mitra". La temperatura sale, sopraggiungono tre leghisti doc. "La tolleranza fa confusiòn!", sbotta uno.

E un altro: "Che se li prenda la Curia questi signori. I preti sono pieni di case, perché non offrono le loro, invece di predicare solidarietà ad altri?".
Nel suo ufficio, il sindaco Gentilini Gianfranco grida al telefono come Capitan Fracassa. E' incazzatissimo con tutti: col vescovo, gli industriali, la prefettura. Sono loro che hanno aperto la strada al "complotto comunista" che manda gli stranieri a costruire uno stato nello stato per uccidere l'identità veneta. Ormai, è a fine mandato e lui delle mediazioni se ne fotte. Il podestà-sceriffo ha un credo semplice, elementare e rotondo. Si riassume in un bisillabo: "Fora", fuori. Chi? La risposta è un altro bisillabo: "Lori". Loro. Cioè tutti quelli che non sono "noialtri", la mitica razza Piave.
E' gasato il sindaco che ha mandato le ruspe contro i marocchini. Non gliene frega niente se Forza Italia e persino An chiedono prudenza. Il suo telefono frigge di congratulazioni. La rocciosa segretaria biondo platino impugna la cornetta come una "P 38". La Destra è in linea. Spara: "Gentilini non mollare", "Sindaco sei un baluardo", "Se cali le braghe, l'Italia è perduta". Interurbane da Cuneo, Milano, Bergamo, Piacenza. Telegrammi da tutto il Nord. Lo sceriffo scintilla di soddisfazione e brillantina. A Radio Padania ha appena cantato la stirpe del Nord, che ha portato "ideali in tutto il mondo, ingoiando rospi e quarantene". Ora inneggia alla legge Bossi-Fini, che metterà le cose a posto.
A settecento metri, a due passi dal ponte Garibaldi sul fiume Sile, anche il presidente degli industriali Sergio Bellato risponde al telefono. Dev'essere un "comunista", perché risponde a chiamate di tutt'altro tenore. In linea ha industriali di tutt'Italia, preoccupatissimi. Dicono: la Bossi-Fini "fa schifo". Hanno paura che saltino le mediazioni. Temono che si consumi uno strappo che blocchi la locomotiva del Nord. Dicono: "Se gli immigrati vanno via, si ferma tutto. Concerie, macelli, allevamenti, tessile, ristorazione, pulitura strade, carrozzerie, servizi, turni di notte". E gli industriali, confessa Bellato, sono stufi di essere sotto processo. "Se facciamo le case per gli immigrati ci accusano di fare ghetti criminali, se non gliele facciamo ci dicono di fare lo scaricabarile".
Anche la Curia non ne può più delle accuse di Gentilini. Per Don Giuliano Vallotto, che ha la delega del vescovo per gli immigrati, gli uomini di Bossi hanno dimostrato di appartenere a "una cultura pagana e fascista". E Lorenzo Biagi, portavoce della Diocesi: Treviso è stata schiacciata dal "cliché" di Gentilini e dal "tappo" della Lega. "Questo sindaco è stato un megafono dei mali di pancia della società e non delle sue più nobili spinte al cambiamento. La realtà è diversa, la provincia è piena di stranieri accettati e integrati. Soprattutto nelle scuole viviamo una fase di grande sperimentazione".
Sul sagrato le donne marocchine spazzano il pavimento con acqua e detersivo; un piccolo atto di rispetto alla città e alla chiesa. Il signor Dafani Mohammed è autista di camion, è da 24 anni in Italia e da 15 anni ha regolare permesso di soggiorno. Spiega in perfetto italiano: "Non vogliamo case gratis. Il problema è che se i datori di lavoro non ci danno una mano, le case sul libero mercato sono inabbordabili per noi". Ha mani grandi, piene di rughe, da spaccalegna. Sembra anche lui una razza Piave. E, occupando il sagrato, non sa di avere rispettato una tradizione locale. Nessuno gli ha mai detto che è dai tempi del Beato Enrico da Bolzano che qui i senza casa vanno a dormire sotto il Portego del Vescovo.
"Fora!", tuona Gentilini dei parassiti. Poi, appena scavi, tutto si rovescia. Sarà magari un caso, l'avranno magari studiata i comunisti, ma l'unico dei 24 sfrattati che non lavora è... l'unico italiano del gruppo. E' un sardo, tristissimo. Con la barba non fatta, pare il più extracomunitario di tutti. Che tempesta nell'identità di Treviso. "La vera immigrazione che ha rubato l'anima alla città - racconta il giovane storico Alex Casellato - è semmai quella recente dei campagnoli veneti che hanno fatto saltare la leadership della nostra grande borghesia urbana, laica e risorgimentale. Quella razza Piave è morta davvero. E' stato Gentilini a celebrarle il funerale".

 Solidarietà verde
(i forumisti leghisti con il loro sceriffo)

 
I bravi discepoli
La Tribuna di Treviso
21 agosto 2002

IL CASO
Minacce razziste affisse in via Roma
Due coltelli conficcati su un albero per reggere un cartello neonazista

m.b.

Un messaggio inquietante è stato avvistato l'altra mattina in via Roma dai vigili urbani. Inchiodato ad un albero con un grosso coltello da cucina, su un vassoietto da pasticceria spiccava la frase «Negri di m... andate via», scritta con evidenziatore arancione. La firma? Un'inequivocavile svastica. Ai piedi della pianta, un secondo coltellaccio abbandonato lì.
Un segnale razzista rivolto ai numerosissimi stranieri che sostano ogni giorno tra la fermata dell'autobus e il pub? Uno scherzo di pessimo gusto? Una bravata? Difficile, per il momento, dare una risposta a tutti gli interrogativi ancora aperti. Un fatto è certo. A Treviso i segnali di intolleranza, una volta inesistenti, cominciano a farsi strada.
Del terribile messaggio, si è accorto lunedì mattina un agente di polizia municipale in servizio in via Roma: una zona, quella della stazione delle corriere, tenuta d'occhio dalle forze dell'ordine soprattutto perché ad alto rischio per lo spaccio di sostanze stupefacenti.
Ma non si può fare a meno di ricordare che via Roma è anche quelle della panchina fatta togliere dall'amministazione comunale. Da allora di tempo ne è passato parecchio. E della panchina scomparsa non parla oramai più nessuno.
Sono rimasti gli stranieri che si ritrovano numerosi ogni giorno, anche per fare riferimento al posto telefonico pubblico sorto accanto alla gelateria. Nessun allarme per quel messaggio, precisano al comando dei vigili.
Resta tuttavia la sensazione amara che qualche cosa, nelle relazioni sociali, stia mutando anche in città. Quando lunedì mattina il vigile trevigiano ha notato l'inquitente messaggio, non ha potuto fare a meno di provare stupore.
Erano le 8.20: orario già di traffico sia automobilistico che di pedoni in passeggiata. Il messaggio era lì con tanto di svastica, puntato contro all'albero con quel coltellaccio da cucina.

 
La Repubblica
24 agosto 2002
Due giovani militanti dell'estrema destra hanno lanciato
una bottiglia contro il gruppo di extracomunitari sfrattati
Treviso, skinhead aggrediscono

presidio di immigrati al DuomoTREVISO - Situazione sempre più tesa a Treviso dove una trentina di extracomunitari magrebini dormono da due notti sotto il colonnato del Duomo dopo essere stati sfrattati dalle case Ater di Treviso. Stanotte alcuni giovani appartenenti ad organizzazioni di estrema destra li hanno aggrediti, intorno alle 3 della scorsa notte, con insulti razzisti e il lancio di una bottiglia. Gli sconosciuti, che sarebbero stati anche ripresi da un video amatoriale, sono poi fuggiti all'arrivo della polizia....

La Tribuna di Treviso
3 settembre 2002

Cartello appeso ad una cancellata
«No extracomunitari e zingari»

IL CASO Gli sbarramenti dell'incultura

di Antonio Frigo

Guardate il cartello ritratto nella foto a destra. A qualcuno ricorderà quelli che apparivano in Svizzera e in Germania nel primo Dopoguerra. Vi si leggeva: «Vietato l'ingresso ai cani e agli italiani».
Qualcuno che, per ragioni anagrafice, avrebbe potuto ricordarlo, per ragioni politiche lo ha dimenticato in fretta e ne ha dato prova la scorsa settimana, durante la vicenda dei magrebini sfrattati e costretti a dormire sotto il colonnato del Duomo. Ma proprio in quei giorni, chi tutto questo lo ha patito sulla propria pelle, si è fatto vivo per raccontare e per ammonire gli intolleranti. Per rinfrescare la memoria a chi l'avesse... voluta perdere, potrebbe bastare la foto che pubblichiamo e che è stata scattata domenica dal nostro reporter.
Per vedere il capolavoro "dal vivo", basta andare nelle nostre ricche campagne, magari dalle parti di Zero Branco, dove, tra una "caccia al boa" e una festa strapaesana inneggiante al dio peperone, le colture producono ricchezza economica e, talvolta, incultura sociale. Da queste parti come altrove, sorgono dei veri e propri fortilizi, casematte da «Linea Maginot del buonsenso» che sbarrano il passo al nemico, per difendere la «casa» e la «roba».
Chi è il nemico? Rubando le parole a un noto giornalista-scrittore, passato per Treviso nei giorni in cui Gentilini, per evitare l'annacquamento della Razza Piave, le dava da bere dosi massicce di intolleranza, il nemico sono «Lòri». Lòri chi? «Lòri». Ovvero «gli altri». Inutile dire che i cartelli non riescono a tener lontani i ladri e che, quindi, l'altolà espresso dall'anonimo rappresentante della tribù dei Razzapiave (più Sile che altro) è uno sbarramento ideologico più che un deterrente per chi volesse intrufolarsi nel Sancta Sanctorum del radicchio precoce e del peperone quadrato. Qualcosa di simile si dev'essere visto anche in Sudafrica ai tempi dell'apartheid, con i risultati che ben conosciamo e con intolleranze rovesciate e cruente.
Guardiamo dunque quel cartello, appeso a una «signorile» cancellata in ferro battuto che sbarra il passo all'entrata di una grande casa colonica, preannunciata da uno pseudogarage che custodisce il gippone-status-symbol. C'è scritto «No extracomunitari, no zingari - e, in testa al tutto - no testimoni di Geova», considerati quindi un'etnia e non una religione.
Il divieto d'ingresso ai cani? Quello no: i cani sono all'interno. Magari zannuti, a difesa della «roba», come testimonia il cartello «attenti al cane» lasciato a monito di chi volesse tentare di intrufolarsi nel tempio del benessere che profuma ancora di recentissime «polente e scopetòn». Alle quali si ha ancora il timore di tornare per colpa di «testimoni di Geova, extracomunitari e zingari».
Gli unici ad aver fatto il salto di qualità, in questo tipo di cultura, sono loro: i cani. Meglio se da difesa o da combattimento. Meglio se Razzapiave, magari con un fiuto particolare per testimoni di Geova, extracomunitari e zingari.
Sono passati dall'altra parte della barricata e adesso azzannano gli antichi compagni di sventura.

 
La Tribuna di Treviso
3 settembre 2002

Fuoco al cassonetto della Caritas
Distrutto dalle fiamme a S. Lazzaro il raccoglitore di vestiti usati
Don Baratto: «Spero si tratti solo dell'azione di qualche vandalo»
L'attentato arriva al culmine della polemica di Bossi contro il vescovo e l'associazione E i muri si riempiono di scritte e volantini

Distrutto dalle fiamme, ieri notte, uno dei cassonetti per la raccolta dei vestiti usati che la Caritas destina ai poveri e non solo agli immigrati. Ad andare completamente distrutto, assieme al suo contenuto, quello posizionato in via Terraglio, poco lontano dalla chiesa di San Lazzaro.
Che le fiamme siano dolose non c'è dubbio. Resta da capire se si tratti di una bravata o piuttosto degli effetti della polemica innescata da Bossi contro la Chiesa, i vescovi e in particolare proprio contro la Caritas. Associazione nei cui confronti il ministro domenica sera, proprio a Treviso, ha usato parole sprezzanti lanciando accuse gravissime.
«Parole fuori senno», «sproloqui e spropositi», «inconcepibili sulla bocca di un ministro della Repubblica contro il mondo cattolico»: così, martedì Avvenire l'organo della Cei (la conferenza dei vescovi italiani) definiva l'intervento di Bossi sugli immigrati e i cattolici. In una breve nota intitolata «E sugli stranieri il senatur sbaglia strada», il quotidiano cattolico scrive tra l'altro che «con l'intenzione (fallita) di sostenere un sindaco in difficoltà», proprio a Treviso «saltano i nervi al senatur, dopo le recenti decisioni del governo che hanno visto la Lega isolata nella coalizione, e il ministro sbaglia indirizzo».
La polemica è insomma incandescente, proprio mentre rischia di tornare d'attualità l'emergenza alloggi e i centri sociali preparano la manifestazione di domenica prossima contro il razzismo.
Ora queste fiamme potrebbero incendiare ben altro che quattro stracci, anche se don Bruno Baratto che della Caritas trevigiana è direttore si guarda bene da alimentare polemiche: «Per quanto ne so è la prima volta che succede - ammette, per precisare subito dopo - mi auguro solamente che si tratti del semplice gesto di qualche teppista. Siamo stati fin troppo sulle prime pagine dei giornali in questo periodo».
Fine della storia? Sicuramente per quanto attiene ai fatti. Resta il timore che qualche invasato cominci a sentirsi incoraggiato da una polemica che per quanto aspra dovrebbe rimanere nel solco verbale. Purtroppo, qualcuno è già passato ai fatti, come i tre estremisti di destra che hanno scagliato bottiglie e slogan contro uomini, donne e bambini immigrati accampati tra le colonne della Cattedrale. Purtroppo, sui muri (ad esempio Castelfranco) sono apparse scritte firmate dall'estrema destra che dicono «Rossi al forno e le loro madri come contorno», «A chi occupa una chiesa danno la casa, a chi occupa un campanile 5 anni di galera», tralasciando il fatto che il campanile è stato comunque preso dopo che era stato sequestrato un traghetto con equipaggio e passeggeri. Senza dimenticare i demenziali volantini anonimi attaccati in molti muri di Treviso che accusano chi aiuta gli immigrati di contribuire all'invasione islamica, mettendo in pericolo la nostra civiltà. Nessuna di queste azioni è ascrivibile alla Lega in alcun modo. E mai i leghisti sono andati, in tanti anni di militanza politica, al di là delle parole. Ma le parole possono scatenare odii e azioni. D'altronde non era stato il sindaco Gentilini ad affermare in piena emergenza-Duomo: «Non consentirò che venga annacquata la razza piave»? Poi ci ha pensato Bossi ad andare oltre.

 

Un doveroso ricordo della propria storia
Le gesta del leghista Gentilini e la memoria veneta
GLI ANTENATI DI SUPER G

«Basta con l'invasione delle Pelli-oliva!». Se fosse emigrato lui, pochi decenni fa, in un paese di xenofobi parenti suoi qual era l'Australia, il sindaco trevisano Giancarlo Gentilini si sarebbe trovato davanti a titoli come questo, d'un giornale di Melbourne. Era il 1925 e quei sud-europei «troppo piccoli e troppo scuri di carnagione» che potevano «contaminare la purezza della razza bianca chiamata a governar l'Australia», come aveva gentilinamente spiegato il premier Alfred Deakin, erano di «razza Piave». Quella che lo «sceriffo» veneto teme che oggi sia «annacquata» dagli immigrati, «gente che a casa sua era inseguita dalle gazzelle e dai leoni». Di «razza Piave» erano allora gran parte dei tagliatori di canna da zucchero del Queensland, dei cercatori d'oro di Kalgoorlie (teatro nel 1934 di una orrenda caccia all'italiano con morti e devastazioni), dei vignaioli della Riverina. Brava gente, onesta, lavoratrice. Bollata dagli «sceriffi» australi con le stesse accuse: «si ammassano come animali», «sono un vivaio di malattie fisiche e sociali», «inquinano la razza».
Sono anni che il sindaco del capoluogo veneto le spara grosse.
Un giorno barrisce che i clandestini vanno deportati «con i vagoni piombati» (con un occhio benevolo solo per le prostitute «navi scuola della gioventù»), un altro sbuffa che lo scrittore Comisso «in fondo el gera reciòn», un altro ancora avverte gli ulivisti che saranno fatti fuori come i conigli con «un colpo secco alla nuca per non farli soffrire». E sono anni che, mentre le sinistre insorgono scandalizzate, le destre la buttano sullo scherzo: è fatto così, non va preso sul serio, fa solo delle battute...
Stavolta, furente d’indignazione, gli si è levato contro anche il vescovo di Treviso, Paolo Magnani, che già l'altro ieri aveva portato la sua solidarietà ai marocchini senza casa accampati sul sagrato del Duomo: «Provocazione per provocazione, la "razza Piave" la annacqua Gentilini». Lui ha fatto spallucce. E dopo aver spiegato al vescovo come dovrebbe fare il vescovo («non vogliamo l’inquinamento da parte di altre religioni»), è tornato a cantare le lodi della sua «razza Piave, stirpe che è stata onesta, lavoratrice e rispettosa delle leggi». Di più: una gens che ha dimostrato in ogni dove la sua «superiorità».
Cosa ne pensino Fini, Casini o Berlusconi, che qualche mese fa a «Porta a porta» sbuffò contro le accuse ai leghisti di xenofobia («Ma perché questa parola dovrebbe avere un significato così negativo?»), si vedrà. Certo è che, nel suo furioso ringhiare contro gli immigrati Gentilini ha toccato temi che i 5 milioni e mezzo di veneti e friulani (tra cui circa 600 mila trevisani) partiti da quelle terre un tempo poverissime per andare «a catàr fortuna» in Paesi ostili, hanno provato sulla loro pelle.
«Super G», com’è affettuosamente chiamato dalla Padania , dice che «le donne e i bambini» extracomunitari «devono ritornare a casa» perché sono solo un peso? Leggete cosa scriveva 30 anni fa James Schwarzenbach, lo svizzero che scatenò una violenta campagna di odio contro di noi: «I vecchi, le mogli, i figli degli italiani sono braccia morte che pesano sulle nostre spalle. Che minacciano nello spettro d’una congiuntura lo stesso benessere dei nostri cittadini. Dobbiamo liberarci del fardello. Respingere dalla nostra comunità immigrati che abbiamo chiamato per i lavori più umili e che nel giro di pochi anni, dopo il primo smarrimento, si guardano attorno e migliorano la loro posizione sociale».
Trentamila bambini nascosti, avevamo ancora negli anni Settanta in Svizzera: trentamila bambini siciliani e pugliesi e «razza Piave» che, come dimostrò un libro di Marina Frigerio e Simone Burgherr mai edito in Italia ma fatto conoscere sul Corriere da Maurizio Chierici, erano costretti dalle leggi svizzere (avverse ai ricongiungimenti) a vivere chiusi in casa come Anna Frank e frequentare scuole clandestine.
«Super G» declama che, a differenza dei nostri immigrati di oggi, agli emigrati veneti e friulani «davano una baracca e di una baracca facevano una reggia»? Il regio ispettore Giacomo Pertile ha lasciato resoconti diversi. Spiegava d’aver visto alla vigilia della Grande Guerra in Germania, dove i nostri erano in quel momento quasi tutti «razza Piave», dormitori «che sembravano stalle dove dovevano abitare circa 50 operai. Non aria, non luce; il letto consisteva in un vecchio pagliericcio indecente. L'aria era umida, corrotta, fetente, irrespirabile; solo degli animali potevano vivere là dentro». Al Sempione, denunciava ancora, i nostri stavano in «due o tre per letto» ma «in quegli stessi letti, a una mezz’ora di intervallo, dormivano in egual numero e nello stesso modo altrettanti operai appartenenti alla squadra di minatori a cui i primi dormienti avevano dovuto succedere nella galleria!». In Belgio, scrive in Sopravvissuti per raccontare Abramo Seghetto, dormivano «come nei pollai» in «cantine» come a Flenu con «1.800 letti e due cessi».
Quanto al degrado sanitario, alla stazione di Basilea gli italiani accusati di «pisciare dalla finestra» erano così malvisti che nei primi decenni del Novecento (e si trattava ancora nella stragrande maggioranza di lombardi, piemontesi, romagnoli, veneti, friulani) non avevano neppure accesso alla sala d’aspetto di terza classe. Ne costruirono due o tre in fila, solo per loro, sempre più lontane e immonde. Dove, spiega un rapporto di polizia pubblicato dallo storico Peter Manz, «carta, bucce d’arance, resti di cibo d’ogni genere, pelli di salumi etc... erano sparsi in gran quantità sulle panche, sui tavoli e sul pavimento. Le tazze dei gabinetti erano in parte stracolme di carta e di feci; sul pavimento si trovavano masse di feci poiché i servizi igienici non venivano più usati dalle persone che defecavano sul pavimento». Prenda nota, lo «sceriffo». Un conto è il sacrosanto dovere di mantener l’ordine e il decoro di una città, che tutti gli riconosciamo, un altro il razzismo. O anche i suoi e i nostri nonni erano «inseguiti da gazzelle e leoni»?
di GIAN ANTONIO STELLA