Orrore Fritzl, il processo-lampo della grande rimozione

Note di R. Lerici

Sono d'accordo con l'analisi di Talamo che leggerete di seguito. Mi domandavo ieri, come mai, oltre al mostro-Fritzl non ci fossero complici, o persone che sapevano e non hanno parlato. Davvero è possibile restare invisibili per 24 anni? E se è così, non sono forse da rivedere alcune delle regole  della nostra società? Anche in italia si è verificato un caso simile, ma si disse subito che i controlli delle ASL erano stati sommari, che c'erano persone che sapevano e non hanno parlato. L'indagine in Italia è ancora in corso. In Austria, invece, tutto è finito in 4 giorni, e il processo non è stato ad una comunità, o alla società, ma soltanto ad uomo. Ma dove viveva quell'uomo? In un'isola deserta?

■ La condanna di Fritzl
ROMA (19 marzo) - La giustizia austriaca non sarà lenta e macchinosa come quella italiana, ma quattro giorni tuttocompreso sono davvero troppo pochi.

di Sergio Talamo

La gestione del processo Fritzl sembra obbedire ad un solo imperativo: fare in fretta. La privacy delle vittime appare più che altro un alibi. Si potrebbero tutelare Elisabeth e i suoi figli senza bisogno di una regia processuale che rende le udienze tanto sbrigative quanto rituali; che porta i giurati ad analizzare fatti del tutto marginali come le perizie dello specialista di neonati, di un elettromeccanico per la porta blindata, di un esperto di ventilazione; senza bisogno di un embargo dell’informazione ha convinto la gran parte dei giornalisti ad andarsene dall’Austria dopo un solo giorno.

Voglia di rimozione. «Non è il processo ad un luogo», ha scandito il giudice, e fin qui si poteva essere d’accordo. «È solo il processo ad un uomo». Questa seconda affermazione fa invece capire il significato di tutta questa fretta. Se il colpevole è solo lui, nessun altro è colpevole. Quindi, sbrighiamoci ad affibbiargli l’ergastolo e chiudiamola qui. Il “colpo di scena” del mercoledì è poi surreale: dopo l’iniziale reticenza, il mostro ammette tutte le sue colpe. C’è un odore di pastetta che da St. Poelten arriva sino a Roma: un accordo per spianare la strada ad una condanna tanto esemplare quanto concordata. Qualche mese in cella, poi tutte le scappatoie possibili per un uomo di 74 anni. Nel frattempo, l’attenzione mondiale sarà attirata da qualcos’altro.

Il processo di Norimberga ai nazisti durò un anno, perché era come se il mondo volesse capire, scavare, purificarsi. Era il processo ad un sistema e indirettamente a chi, dal di fuori, non volle vederlo. Quello a Josef Fritzl può durare quattro giorni solo a patto che alla sbarra vi sia un uomo singolo. Da qui il trucco concettuale di fingere che il colpevole sia solo lui. Il solito pazzo che «sembrava tanto un brav’uomo», il solito fulmine nel ciel sereno della nostra vita. Se il resto del mondo non c’entra nulla, restano fuori dall’aula non solo le vittime (anche se pare che in gran segreto Elisabeth ci fosse), ma anche tanti altri importanti protagonisti.

Resta fuori sua moglie Rosemarie, rifugiatasi nella Bassa Austria. Tutti avrebbero il diritto di sapere come ha potuto, per 24 anni, non capire. Solo ascoltando lei, solo guardandola negli occhi un pezzo del mosaico si ricomporrebbe. Senza di lei, 24 anni di atrocità camuffata da normalità tornano ad essere l’originale trovata di un maniaco, che è esattamente la tesi che giudici e politici locali vogliono far passare. Senza di lei, resta in ombra la follia di una casa che al piano di sopra ospita una famiglia numerosa e a quello di sotto il più orribile lager del XX secolo.

Resta fuori dall’aula anche la polizia austriaca, quella che restituì la sedicenne Elisabeth a suo padre dopo che lei era scappata di casa per fuggire dalle sue molestie sessuali; e resta fuori anche un’altra polizia, quella che quando la diciottenne Elisabeth scomparve, andò a casa Fritzl ma non pensò di dare un’occhiata nella cantina. Resta fuori dall’aula di St. Poelten, infine, il pezzo più importante: tutti noi. Già, perché la gente che non vedeva e non sapeva, la gente che salutava il gentile elettrotecnico sempre pronto a dare una mano, la gente che ammirava il nonnino che allevava gli uccellini e una messe di figli e nipoti, quella gente siamo tutti noi. Nessuno può dirsi immune dalla colpevole indifferenza per cui tutto ciò che accade nelle mura del vicino non ci riguarda. Anche se ci sono donne o bambini per cui “famiglia” vuol dire prigione senza finestre, vuol dire non aver più voce perché la voce non ha suono se nessuno è disposto a sentirla.

Il processo di St. Poelten è la più grande occasione persa, a causa di una voglia di rimozione che confina con la viltà. Avrebbe dovuto essere il processo ad un modello di vita, perché quello che è accaduto nella piccola e graziosa Amstetten può accadere a Verona, a Terni o a Matera, forse sta già accadendo. Avrebbe avuto bisogno di tempo, di analisi profonde e spietate su ciò che stiamo diventando. Invece abbiamo trattato questo processo come una storia che fa orrore ma che soprattutto fa scena, fa audience. Solo così poteva durare il tempo di un congresso di partito. Solo così possiamo sentirci per l’ennesima volta un pubblico che, mentre guarda indignato, si assolve.

Il Messaggero 19 marzo 2009